L’UNIONE TRA IL MONDO DEI DISABILI, TRA LE DUE E QUATTRO RUOTE 6/7/2019
Mi piacerebbe condividere con voi un paio di esperienze e idee che ho formulato nel corso della mia vita.
Come ben sapete ho faticato un po’ a prendere la patente, però è stata una delle più belle e formative esperienze della mia vita, che mi ha dato un senso di libertà infinito e mi ha consentito di coltivare, ancora di più, la passione per le due e le quattro ruote. Ho guidato in quasi tutte le condizioni e tipologie di strade: mare, montagna, ecc. potendo, così, anche apprezzare i paesaggi del nostro Paese da una prospettiva diversa.
Nella mia vita ho anche avuto la possibilità di provare le due ruote, sia da passeggero che da rider, infatti, in strade private, ho guidato anche un quoad, esperienza bellissima che, una volta presa la patente per la macchina, non ho più coltivato perché avrei dovuto combattere molto di più per prendere la patente per il quoad, cosa che vorrò fare al più presto, ma sarà difficile perché, a differenza delle auto, quello delle moto per disabili, non è ancora un mondo del tutto normato. È difficile, infatti, trovare autofficine che preparino le moto per essere guidate dai disabili. Ci sono, tuttavia, associazioni, come i “diversamente disabili”, che aiutano coloro che hanno avuto incidenti e lesioni midollari, e non solo, a tornare in moto. Tuttavia è ancora complicato trovare un’omologazione per la strada che copra tutti i tipi di disabilità.
In Germania e in America esistono moto omologate e fruibili dai disabili. In base alle mie ricerche, in Italia, esistono solo scooter accessibili da disabili in carrozzina come Hyper Division HDX3-Mobility. È pur vero, però, che, per i disabili aventi un’amputazione, è più facile trovare moto adattate e adattabili. Resta pur sempre, però, il problema della poca fruibilità stradale.
Secondo me sarebbe molto utile rendere il mondo delle due ruote fruibile, almeno quanto quello delle quattro ruote, in modo tale da far sì che il processo di integrazione continui.
L’ITALIA E’ UN PAESE ACCESSIBILE PER LE PERSONE IN CARROZZINA? 16/7/2019
Volevo condividere con voi alcune riflessioni sul nostro Paese “La Bella Italia”, in particolar modo sull’accessibilità e fruibilità dei diversi spazi pubblici, in base alla mia esperienza.
Sono un ragazzo che ama viaggiare e, per studio e ricerca di lavoro, sta viaggiando costantemente. Mi sono reso conto che, in Italia, i mezzi pubblici, in primis, e, soprattutto, uffici pubblici e luoghi turistici, nella maggior parte dei casi, non sono accessibili. Si trovano, comunque, negli ultimi anni, degli ottimi esempi di integrazione che vedremo in seguito. Su questo tema non si può neanche dire che è presente un buco legislativo, poiché le leggi atte a rendere accessibili i luoghi pubblici o aperti al pubblico, sono presenti, ma, purtroppo, l’80% delle volte le suddette leggi non sono rispettate.
Racconto solo gli ultimi episodi che mi sono capitati in ordine di tempo. Ad aprile mi sono recato a Modena per lavoro e per sostenere la visita medico-sportiva. Per il soggiorno ho prenotato l’Hotel “Le Ville”. Il personale, in fase di prenotazione, mi ha garantito la presenza di un bagno consono alle mie necessità “a norma di legge” segnalandomi, però, la presenza della vasca, cosa che io ho accettato perché avevo chiesto se erano presenti le maniglie per l’accesso a quest’ultima, pensando che fosse quella con lo sportello. Mi è stato risposto in maniera positiva. Pur sapendo che non era un bagno prettamente a norma di legge, poiché quest'ultima prevede la presenza della doccia a pavimento, io ho accettato. Quando sono arrivato in loco mi sono reso conto che il bagno non era per nulla accessibile, soprattutto la vasca, in quanto essendo un modello normale, è totalmente inaccessibile. Ho segnalato la questione al personale dell’Hotel e il Direttore mi ha detto che quella stanza è a norma di legge, cosa totalmente non vera.
Il giorno dopo ho cambiato luogo di soggiorno capitando per caso nella struttura ricettiva Hotel RMH Modena Des Arts, dove ho trovato personale gentilissimo e location accogliente; la camera è perfettamente attrezzata nel pieno rispetto dei termini di legge rendendomi, così, il soggiorno molto gradevole.
Questo è solo un esempio per far comprendere come l’accessibilità ai luoghi pubblici per le persone disabili sia sempre un terno al lotto. È anche giusto, d’altro canto, sottolineare che sono presenti luoghi dove si rasenta la perfezione, come il secondo Hotel di Modena, ma basterebbe anche e solo rispettare le leggi. Invece, nella maggioranza dei viaggi che ho fatto, ho quasi sempre trovato difficoltà nell’alloggiare, causa mancanza accessoristica, come maniglie o mal posizionamento dei sanitari.
Un altro scottante problema è quello dell’accessibilità ai mezzi di trasporto e ai luoghi pubblici, infatti non tutti i pullman/ metropolitane sono dotati di accesso per disabili rendendo, così, difficile muoversi liberamente in città. Un’altra questione da affrontare è l’accessibilità ad alcuni bar, alcuni ristoranti nei quali sono presenti i gradini, i quali, nella maggior parte dei casi, con la carrozzina manuale, si possono affrontare. Un disabile che necessita della carrozzina elettrica, nella maggior parte degli esercizi commerciali, non può accedere. La poca attenzione di alcune città verso questo tema è rilevante anche per la mancanza di rampe per accedere ai marciapiedi.
Un altro tema non trascurabile è l’accessibilità ai luoghi turistici, in particolar modo alle spiagge. Io sono a conoscenza di pochissime realtà veramente accessibili. Posso portare tre esempi sperimentati direttamente. Io da tre estati mi alleno alla spiaggia del “Poetto” di Cagliari dove, da qualche anno, è presente lo stabilimento “ Il Golfo Degli Angeli” che è totalmente accessibile, difatti sono presenti la quasi totalità dei servizi ,come uno spogliatoio dedicato bello ampio dove è molto comodo cambiarsi, una doccia comoda, la passerella che arriva quasi fino all’acqua e la sedia job, con la quale è possibile accedere all’acqua. Manca, però, l’acqua calda e un bagno per disabili, cose di non trascurabile importanza. Il personale è molto gentile, sempre disponibile e mai invadente. Per usufruire di tutti i servizi, compreso ombrellone e lettino, si paga una quota di 4 euro per i non residenti a Cagliari.
L’altro ieri, domenica 14 luglio 2019, mi sono recato allo stabilimento “L’Isola Del Cuore” a Sant’Antioco, dove mi hanno accolto con modi non troppo gentili: mi hanno fatto l’interrogatorio di terzo grado attraverso la firma di una liberatoria con la quale, in sostanza, loro si sollevano da tutte le responsabilità, sia penali che di salute, del cliente disabile, cosa un po’ borderline legislativamente parlando perché è vero, da una parte, che l’associazione “ Le Rondini” è un’associazione basata sul volontariato, ma è, altresì, vero che non è giusto che il disabile debba pagare l’eventuale infortunio al volontario che lo assiste. Questo è solo per fare un esempio di quello che mi hanno fatto firmare. Mi sembra, altresì, assurdo che questo stabilimento balneare sia uno dei due in Italia aperti anche ai malati degenerativi: “anche loro o i loro familiari devono firmare la liberatoria che ho firmato io”. “Mi sembra, altresì, assurdo che, uno stabilimento nato per i malati di SLA, non garantisca la presenza di un’ambulanza e/o di personale medico e che chiunque debba firmare dichiarando la propria patologia”.
L’esperienza più bella che ho avuto riguardante il turismo accessibile è a Martinsicuro, presso lo stabilimento “La Rosa Blu” che, grazie alla forza di genitori di ragazzi Down, si è riusciti, dopo anni e anni di battaglie, ad aprire uno stabilimento balneare che, secondo me, è il più bell’esempio di integrazione che io abbia mai visto perché, in tale stabilimento, lavorano i ragazzi Down, come camerieri, insieme a persone normodotate. Lo stabilimento è dotato di tutti i comfort come spogliatoio, bagno per disabili, doccia con acqua fredda e acqua calda, lettini in pedana per disabili e non. È prevista la presenza di più sedie job per l’accesso in acqua. La pedana è estremamente larga per garantire l’ingresso e l’uscita dall’acqua di più disabili contemporaneamente. Dettaglio non trascurabile, è presente anche un bar con il bancone ribassato che permette la fruizione delle bevande anche alle persone in carrozzina.
Questo terzo esempio mi sembra quello che rappresenta meglio l’idea di integrazione. È un luogo dove non si nota la disabilità, ma dove si è veramente tutti messi sullo stesso piano come dovrebbe essere nella vita di tutti i giorni.
LIBERTA’ DI MOVIMENTO PER TUTTI 9/10/2019
Sono un ragazzo di 34 anni, disabile dalla nascita a causa di un’anossia (mancanza di ossigeno al momento del parto), che mi ha provocato la tetraparesi spastica e difficoltà motorie a tutti e quattro gli arti, oltre a un problema alla vista che, però, grazie a una cura speciale, con gli anni sta migliorando, infatti, nel 2012, sono addirittura riuscito a conseguire la patente di guida.
Volevo affrontare con voi il tema delle auto e della guida raccontandovi in breve l’iter che ho dovuto affrontare quando finalmente, dopo vari tentativi, sono riuscito a conseguire la patente. Mi sono dovuto presentare in Commissione Medica Locale che rilascia, appunto, le patenti speciali per le persone affette da disabilità. La Commissione, analizzando il mio grado di invalidità e i miei requisiti, mi ha ritenuto idoneo a conseguire il foglio rosa indicandomi gli adattamenti da apporre alla mia auto per poterla guidare. Nel mio caso sono: acceleratore elettronico a cerchiello, freno a leva a destra del volante e cambio automatico. Ci tengo a sottolineare che i miei adattamenti sono quelli più diffusi. In basa alla patologia, però, c’è un’infinita serie di combinazioni che la Commissione Medica, in primo luogo, deve prescrivere.
Dopo il rilascio del foglio rosa ho dovuto affrontare quella che per me è stata la fase più difficile per conseguire la patente: convincere la scuola guida a fornirmi le lezioni di guida. Questo perché, né la motorizzazione civile né la scuola guida, erano fornite dell’auto con i doppi comandi e i giusti adattamenti. Io mi sono trovato a dover compare la macchina, allestirla con gli adattamenti prescritti, non sapendo se poi avrei superato l’esame; infatti, una volta superato con facilità l’esame di teoria, per la prima volta mi sono trovato ad affrontare l’esame di guida dove, non avendo avuto un istruttore , mi hanno bocciato per ben due volte “meritatamente”. Dopo questa prima bocciatura della vita ho dovuto rifare tutta la trafila: foglio rosa, ecc. riuscendo, però, a convincere l’istruttore di scuola guida a fornirmi le lezioni. Ne ho fatte talmente tante che posso considerare le mie lezioni di scuola guida un corso di guida sicura. In sede di esame pratico ho richiesto lo stesso istruttore che mi aveva bocciato precedentemente per ben due volte. Dopo un’ora e quaranta di esame pieno di insidie e di difficoltà, sono riuscito a superarlo.
Trovo assurdo, però, che in Italia un disabile non possa provare prima gli adattamenti che gli sono stati prescritti, in modo tale da poterne essere sicuro al momento dell’acquisto, visto che non hanno un prezzo esiguo; infatti, solo acceleratore elettronico e freno manuale, hanno un costo che si attesta intorno ai tremila/ tremilacinquecento euro. È anche vero, però, che i disabili aventi la legge 104, sia sull’acquisto dell’auto che degli adattamenti, hanno diritto ad agevolazioni fiscali, come la detrazione IRPEF del 19% e l’IVA al 4%.
Trovo paradossale che, siccome l’esame deve essere sostenuto con un ingegnere della motorizzazione civile, non tutte le motorizzazioni civili abbiano macchine con adattamenti, infatti io ho dovuto sostenere l’esame con la mia macchina. Sono a conoscenza solo di due Centri a Milano che hanno dei simulatori di guida dove il disabile può provare a guidare portando, così, in Commissione Medica già gli adattamenti che realmente gli sono utili.
Durante il lavoro di Tesi della mia terza Laurea in Management dello Sport presso l’Università del Foro Italico in Roma, che è consistito nello svolgere un elaborato concernente lo stage presso la società Ferrari spa, nel quale mi sono occupato, tra le altre cose, anche delle attività di noleggio delle auto di lusso nei vari Paesi nel mondo, mi sono reso conto che è difficilissimo trovare aziende di noleggio che offrano questo tipo di servizio. Il problema si pone anche per quanto riguarda tutte le altre tipologie di auto, infatti è molto raro trovare società che offrano un noleggio di auto adattate per disabili. Pur avendo un costo, come abbiamo visto prima, di tremila e cinquecento euro per acceleratore e freno, se si volesse rendere il viaggio più confortevole alla persona con disabilità, si potrebbe pensare ad un sollevatore a tetto per carrozzina lasciando, così, libero lo spazio posteriore agli altri eventuali occupanti. In una società come quella italiana dove i servizi pubblici, intesi come tram, autobus, metropolitana, ecc. sono ancora poco attrezzati per accogliere persone con disabilità, sarebbe un esempio di integrazione fornire questo tipo di servizio, dato che gli adattamenti per disabili possono essere facilmente rimossi e l’auto guidata da qualsiasi persona avente la patente.
A questo proposito ci terrei a raccontare un aneddoto accaduto poche settimane fa. Ho fatto condurre l’auto a un mio amico di 65 anni, il quale non aveva mai guidato un’auto con cambio automatico. Mi ha detto che si trova molto meglio che con la sua,
in quanto basta schiacciare un pulsante e i comandi elettronici manuali vengono disattivati e l’auto si può guidare in maniera del tutto normale.
Il tema del rapporto tra disabilità e motori andrebbe approfondito molto di più cogliendo anche le sfaccettature più nascoste, in modo tale da rendere sempre più confortevole la mobilità e sempre più auspicabile l’integrazione tra il mondo dei normodotati e il mondo dei disabili.
IL LAVORO NEL MONDO DELLA DISABILITA’ 31/10/2019
Nel mondo della disabilità, in Italia, si sa, che è ancora presente un’arretratezza culturale da parte delle Istituzioni nell’approcciarsi a questo meraviglioso mondo, infatti, com’è noto, sono molte le aziende, pur obbligate ad assumere attraverso le categorie protette, che preferiscono pagare le multe all’assunzione stessa. Questo anche perché non è sempre facile trovare la persona adatta a quel tipo di ruolo.
È presente anche il problema per i disabili più gravi ( in carrozzina o con patologie considerate affini ) dell’inserimento lavorativo, poiché non è previsto nessun tipo di aiuto, se non quello tecnologico, per ovviare ai problemi di funzionalità ledendo, così, il diritto all’autodeterminazione e al lavoro delle persone con disabilità, non consentendo una prosecuzione dell’inserimento dei disabili cosiddetti “gravi” nella società. La maggior parte dei disabili gravi che lavorano sono inseriti in cooperative dove magari già vivono, così da venir sottopagati per evitare tagli alla pensione che viene, per la maggior parte, utilizzata per pagare la retta dell’alloggio.
Questo fa parte, a mio parere, di quel sistema assistenzialista, tipico dello Stato italiano, e non autoderminista, come previsto dalla Convenzione ONU. Credo che un corretto inserimento nel mondo del lavoro debba partire dalla scuola/università stessa. Ad esempio: alternanza scuola lavoro, oppure stage universitari che prevedano, per chi ne necessita, assistenza alla persona anche nell’ambiente di lavoro, non solo in ambito didattico, in modo tale da comprendere sul campo se la condizione del disabile stesso gli possa permettere di lavorare con i dovuti aiuti.
Non può essere solo una commissione medica, attraverso una visita di quindici minuti, dove si è accerchiati da sei o sette medici, che ti chiedono “quello che fai nella vita e dove ti piacerebbe lavorare” e, la maggior parte delle volte, quando ti danno l’idoneità al lavoro, è solo per lavori d’ufficio.
In sostanza, a mio parere, non vanno a valorizzare la persona, precludendo, così, magari, lavori che, con il dovuto aiuto, possono compiere. Questo mi sembra altamente discriminatorio. La legge 162 potrebbe essere una valida cartina di tornasole per l’attuazione di questo processo, a patto che ci sia un completamento legislativo della legge 68, attraverso la quale si affermino aiuti non solo tecnologici a favore dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, come dei tutor o affini.
IL LABILE CONFINE TRA DISABILITA’ E NORMALITA’ 5/12/2019
In questo articolo voglio mettere in evidenza uno degli aspetti che rende il disabile veramente tale. Tralasciando per un momento l’altresì importante tema dell’abbattimento delle barriere architettoniche, vorrei affrontare il tema della barriere mentali che, a mio parere, sono molto più difficili da abbattere rispetto a quelle reali.
Partendo dal presupposto che siamo tutti uguali ma tutti diversi, dovremmo riflettere sul fatto che tutti, dal più ricco al più povero del mondo, dal più perspicace al meno perspicace, siamo non abili in qualcosa e più abili di altri in altro. Esempio: matematici, scienziati, sono abili in matematica e, magari, non abili nella costruzione di una parete e così via. Quindi, come si può ben notare, un cosiddetto disabile non è abile, magari, a camminare, ma è molto più abile, magari, nello studio rispetto ad altri che camminano. Questo tipo di ragionamento è applicabile a tutti gli ambiti della vita e, soprattutto, dovrebbe essere applicato anche a quello lavorativo, mettendo in evidenza il fatto che, se magari un disabile motorio per lavorare necessita dell’aiuto di un’altra persona, non dovrebbe essere discriminato tanto da rendergli molto difficile l’inserimento lavorativo, dato che, magari, con l’aiuto di un’altra persona, nello svolgimento di alcune funzioni per lui molto difficili, potrebbe portare il team aziendale, di cui farebbe parte, a risultati migliori, come potrebbe fare, altresì, un normodotato.
Da questa mia riflessione si può evincere quanto la disabilità sia solo e soltanto una barriera mentale di alcuni uomini verso altri uomini, che ne rende veramente difficile l’abbattimento e, quindi, la corretta condivisione della vita di tutti verso tutti.
IL MONDO DELLO SPORT IN ITALIA E’ UN’UTOPIA O UN’OPPORTUNITA’ DI INCLUSIONE? 10/12/2019
Com’è noto, in Italia, gli sport ritenuti professionistici sono solo quattro: il calcio, il basket, il golf e il ciclismo. Sono riconosciuti come tali, però, solo a livello maschile. Questa, a parere mio, è una bella e buona discriminazione sia di genere che sportivamente parlando perché, come si sa, se tutti gli sport sono praticati a livello agonistico di eccellenza, devono essere affrontati come un vero e proprio lavoro, infatti, in Italia, da sempre, si tende a fare entrare gli atleti elite degli sport non professionistici nelle forze armate, per garantire loro uno stipendio e un futuro che, altrimenti, sarebbe loro negato.
Uno degli aspetti che non trovo giusto è che lo sport, che dovrebbe essere il porta colori dell’integrazione, intesa come sinergica tra il mondo dei disabili e quello dei normodotati, sia separato, sin dal principio, sia culturalmente che realmente, in quanto il CONI non prevede una sezione disabili, ma viene tutto delegato al CIP (Comitato Italiano Paralimpico), che si occupa della diffusione sul territorio di tutti gli sport dedicati ai disabili, non garantendo, però, né professionismo, né uno stipendio, né dei diritti a quelli che sono gli atleti che portano il nome dell’Italia ad alto livello paralimpico e mondiale.
In definitiva, a parer mio, siccome è stato dimostrato anche da recenti iniziative (vedi Đoković) che ha provato a giocare a tennis in carrozzina e ha dichiarato che è molto più difficile giocare da seduti che in piedi, direi che sarebbe auspicabile un mondo più unito e non separato, in modo tale da evitare discriminazioni, sia di genere che fisiche. Sono consapevole che, però, questa mia visione è utopistica. A parer mio sarebbe un primo passo verso il vero superamento dei preconcetti culturali e sociali che si hanno verso il genere femminile e il mondo dei disabili.
LA DISABILITA’ DA OSTACOLO A OPPORTUNITA’ PER LA SOCIETA’ 10/12/2019
Da sempre noto che l’evoluzione della visione, ma soprattutto dell’integrazione dei disabili nella società italiana, è molto complicata, infatti se, partendo dai primi del Novecento, venivano totalmente esclusi dalla società e ancora, negli anni ’60- ’70, venivano guardati come degli esseri strani se andavano con la loro famiglia al ristorante venendo, a volte, esclusi e, a volte, accettati, ma messi in salette appartate, dove erano comunque nascosti, cosa, secondo me, altamente discriminatoria che, per fortuna, oggi, non si verifica più poiché si è avuto un lento e progressivo miglioramento della visione di questi ultimi.
Questo grazie al grande lavoro svolto a livello di integrazione scolastica e universitaria che rende possibile, ai disabili stessi, il completamento di una carriera scolastica/universitaria al pari degli altri dando loro, così, gli strumenti per affrontare il mondo più preparati e più forti tralasciando, però, a volte, un aspetto molto importante che crea delle barriere mentali di non facile superamento. Una di queste è il fatto che, se si ha bisogno di un insegnante di sostegno o un tutor per affrontare e per esprimere le proprie opinioni nelle diverse sfaccettature, non deve passare l’idea che sia il tutor a sostituirsi, o a doversi sostituire, al disabile, ma il tutor deve svolgere solo e soltanto il ruolo di aiutante per esprimere al meglio le opinioni espresse dal disabile.
Questo è un aspetto che, secondo me, è il maggior blocco per l’inserimento lavorativo, in quanto, la maggior parte delle aziende, non accetta che il disabile abbia bisogno di un tutor per svolgere qualche mansione, che è impossibilitato a espletare, in quanto, secondo loro, dovrebbero pagare due persone e, siccome il lavoro nella società italiana non è visto come un diritto, ma come un aspetto da sfruttare, allora è chiaro come alcuni disabili non possano, ancora oggi, essere liberi di cercare e trovare lavoro, con le stesse identiche difficoltà delle persone normodotate.
Questa è una delle discriminazioni più grandi a cui stiamo assistendo, che si può combattere solo attraverso l’integrazione che si attua valutando competenze, passioni di ognuno, disabile e non, in modo tale da poter inserire ogni persona nel ruolo a lei più congeniale. Questo è quello che dovrebbero fare gli imprenditori, gli enti statali e, d’altro canto, anche i sindacati.
Con la viva speranza che qualcosa possa cambiare, mi auguro che, in un futuro non troppo lontano, in Italia, si possa valorizzare la persona e non monetizzarla.
LAVORO E DISABILITA’: DUE MONDI APPARENTEMENTE PARALLELI 28/12/2019
Come già visto in altri articoli, il lavoro per un disabile, in Italia, è, spesso, un’utopia, a causa del fatto che vigono barriere culturali e sociali molto difficili da abbattere nei contesti più alti a livello aziendale. Questo si accentua maggiormente se si tratta di disabili motori. Se pensiamo alle innumerevoli battaglie fatte per integrare i disabili nel mondo della scuola e nella società in generale, verrebbe da pensare che siano scontate anche battaglie per il mondo del lavoro. Siccome il diritto allo studio, oramai, è conosciuto e diffuso da quasi tutti, l’inserimento nel mondo del lavoro, è e rimane un’utopia, a causa del fatto che si tende a non integrare tutte le poche risorse date alle persone con disabilità, ma, una volta finiti gli studi, soprattutto i disabili motori e intellettivi, vengono emarginati e lasciati un po’ al loro destino.
Le associazioni stesse che fanno e che hanno fatto battaglie nello studio, tendono, una volta terminato il percorso di studi, a creare dei pur buoni laboratori di esperienze atti ad integrarli nella società, senza, però, garantir loro uno stipendio e, quindi, un futuro. Sarebbe, altresì, importante comprendere che l’unione delle forze, tra disabili e non disabili, potrebbe creare realtà virtuose, come ad esempio: ristoranti, alberghi, agriturismi e centri sportivi gestiti unicamente da disabili e normodotati, garantendo, così, a tutti la possibilità di lavorare con i dovuti aiuti per coloro che ne hanno bisogno.
Oggi come oggi si tende a farlo, ma, attraverso cooperative che, a volte, non forniscono un vero e proprio stipendio al disabile, ma un proforma rimborso spese per evitare il taglio della pensione, cosa che comprendo, da parte delle famiglie e dei disabili stessi, ma non la comprendo dalla parte dello Stato che, in certi casi, se consentisse soglie di guadagno più alte per il taglio della pensione, consentirebbe anche, ai disabili stessi, di poter provare a fare impresa, senza perdere quello che a loro è dovuto al raggiungimento di un margine di guadagno ragionevole, che gli possa consentire di pagarsi un’assistente e, quindi, di vivere una vita dignitosa. Il taglio della pensione sarebbe anche una cosa accettabile se lo rendesse equiparato al resto della società.
So che il mio ragionamento è un po’ da sognatore, ma, unitamente agli altri articoli scritti, sarebbe una soluzione per far sì che l’Italia esca dalla crisi. La popolazione disabile sta dando e può dare ancora molto di più alla causa.
LA DISABILITA’ E’ SEMPRE RELATIVA? 8/1/2020
Per scrivere questo articolo prendo spunto dal tragico evento accaduto ieri a Milano dove, nel quartiere Quarto Cagnino, è morto un disabile trentaduenne con difficoltà motorie e mentali, mentre stava svolgendo un corso di nuoto. Mi chiedo se, nel 2020, eventi di questo tipo possano ancora verificarsi. Evidentemente sì. Parlando in prima persona posso affermare che, i mondi del nuoto e della disabilità, sono di facile accoppiamento, ma, com’è noto, è dai primi anni Novanta che, in Italia, si fa riabilitazione in acqua. In molte piscine alcuni tipi di disabilità vengono, ancora oggi, esclusi rendendo, così, la persona, un oggetto privandola del proprio essere e delle proprie emozioni.
Molto spesso, esperienza vissuta in prima persona, i corsi per disabili vengono svolti con molti utenti, con diverse patologie rendendo, così, difficile, all’istruttore stesso, la gestione della lezione. Nel 2007, quando io sono andato a fare un provino per entrare a gareggiare, mi sono trovato con sette atleti con disabilità molteplici, uno dei quali, mentre nuotavo, mi ha preso per i piedi e mi ha fatto andare sott’acqua. Io, per miracolo, sono riuscito a divincolarmi, cosa che ho fatto subito presente all’istruttore, il quale mi ha detto che, intanto, non ero in grado di nuotare e quindi potevo uscire dall’acqua. Posto il fatto che io ho sempre nuotato fin da piccolo e che, poi, nel 2010, ho cominciato a svolgere il progetto di sport terapia che mi ha portato, tra le altre cose, a svolgere anche gare in mare aperto, credo di poter dire la mia nell’ambito natatorio. Peso di poter affermare, con quasi la certezza assoluta, che, la gran parte dei corsi per disabili, agonistici e non, si svolge in maniera inappropriata e cioè con un numero troppo elevato di disabili per corsia, ma, soprattutto, di istruttori per il numero di disabili, in quanto, a mio modesto parere, ci vorrebbe sia più formazione, la quale è alquanto carente, che più personale: almeno un istruttore ogni due disabili, a prescindere dal tipo di disabilità. Io, ad esempio, svolgo le gare in acque libere a dorso perché non riesco a nuotare bene il altri stili e le svolgo sempre con un accompagnatore che mi da’ la direzione, in modo tale avere sempre qualcheduno di riferimento e poi, come tutti gli altri atleti, faccio affidamento sul sistema di sicurezza previsto per le manifestazioni di nuoto in acque libere.
Se si volesse veramente arrivare a un modello di società integrata bisognerebbe iniziare a comprende che non si possono trattare i disabili come persone con le quali fare numero per poter istituire un corso, altresì bisognerebbe garantir loro una maggiore qualità di vita che il nuoto può dare ed è dimostrato che da’, da sempre a tutti, disabili e non.
Io, dopo quasi vent’anni di nuoto effettivo e dieci di nuoto agonistico, non ho ancora capito se sono più disabili i disabili stessi o i gestori delle piscine che, anche a me, in un caso, mi hanno escluso e, invece, in altri casi, mi trattano con i guanti.
In definitiva credo che, l’episodio successo a Milano, sia emblematico del fatto che le disabilità sono molteplici, ma che, a volte, è più facile nascondersi dietro la fatalità del caso che ammettere di essere stati negligenti nella gestione. Ciò è dimostrato dal fatto che, 10 disabili, sono troppi per un istruttore solo ed è vero, altresì che, a volte, non è facile, neanche per il bagnino (figura obbligatoriamente diversa dall’istruttore), poter intervenire tempestivamente perché, in una o in due corsie con 10 persone, è difficile poterne salvare una. Non oso immaginare come si possa sentire la bagnina che ha tentato di salvare una preziosa vita. In conclusione non credo c’entri la disabilità o il fato, ma sia quasi tutta colpa della cattiva organizzazione dei, cosiddetti, normodotati che, a volte, lucrano sui disabili dimostrando di esserlo più di loro.
SCUOLA E TRASPORTO UGUALE PER TUTTI 11/1/2020
Per scrivere questo articolo prendo spunto dal caso del blogger Marcos, un ragazzo di 18 anni affetto da tetraparesi spastica che, dal 7 gennaio 2020, non può più andare a scuola, a causa del fatto che le spese del pulmino, da quest’anno, vengono divise a metà tra Comune e famiglie. La famiglia di Marcos non può permettersi il pagamento del canone perché è una famiglia monoreddito. Lasciando per un attimo da parte la questione reddituale, che nell’ambito scolastico non dovrebbe essere una discriminante, penso che il diritto allo studio sia di primaria importanza nella vita di ognuno di noi e, posto che, il Comune di Milano, si sta comportando in questo modo scellerato e penso che Marcos, come tutti, abbia pieno diritto di poter andare a scuola. Una proposta per ovviare il problema del trasporto potrebbe essere quella di riservare la fornitura del servizio agli istituti scolastici e non al Comune e effettuare il trasporto per tutti i ragazzi minorenni, di ogni scuola e grado, in mezzi appropriati che consentano la convivenza tra alunni disabili e alunni normodotati. Questo sarebbe un esempio virtuoso di integrazione che darebbe la possibilità a tutti di andare a scuola in maniera sicura e consentirebbe, alle famiglie, di avere più servizi e , quindi, più tempo per le proprie esigenze e, altresì, darebbe la possibilità agli alunni di socializzare di più e di essere più integrati.
So che la mia visione è un po’ utopistica, ma sarebbe l’unico modo per non creare discriminazioni e per cominciare la revisione di quel sistema educativo che vigeva fino a qualche tempo fa, fatto di rispetto verso il prossimo e non discriminazione. Magari, anni fa, c’erano meno mezzi tecnologici rispetto ad oggi, ma, sicuramente, i rapporti umani erano più solidi. Mi scandalizza anche il fatto che Marcos sia stato premiato come uno tra i blogger più intraprendenti del nostro Bel Paese, quindi, anche per questo, dovrebbe essere motivo di orgoglio per il Comune di Milano e per l’Italia intera, ma, come spesso succede, il rispetto per le categorie, cosiddette svantaggiate, viene a mancare perché è sempre il dio denaro a comandare.
Il Comune di Milano ha introdotto l’ISEE familiare da quest’anno non prevedendo l’erogazione dell’intero importo in alcuni casi, cosa che dovrebbe essere prevista per legge, anche in base alla Costituzione, quindi credo che, sia il Comune di Milano che il Governo italiano, debbano sedersi e studiare prima di prendere ogni tipo di iniziativa, soprattutto in questo caso dove, la famiglia di Marcos ha altri due figli a carico. Mi scandalizza anche il fatto che, alla fine, la distanza che c’è, tra l’abitazione di Marcos e la scuola, sono solo 3 chilometri, quindi si vede benissimo come, se il trasporto disabili non fosse individuale ma, come sopra citato, sarebbe una spesa veramente esigua.
Con la ragionevole speranza che qualcosa possa cambiare, vorrei citare anche un altro caso, questa volta riguardante l’accessibilità a un istituto scolastico a Firenze, inaugurato l’anno scorso, e presentato come il più tecnologico e accessibile d’Italia, a impatto zero e così via, sprovvisto, però, di rampa di accesso per disabili. Striscia la Notizia, insieme alla madre del ragazzo, ha fatto presente questo al Dirigente scolastico, il quale, invece di avvalorare l’idea della rampa in cemento, ha affermato che il disabile poteva entrare dall’ingresso secondario, da dove sarebbero potuti entrare anche gli altri bambini. A parer mio, una discriminazione bella e buona nell’anno 2020. La cosa che mi preoccupa di più non è la società che sta abbassando il proprio livello culturale, ma è l’ignoranza di amministrazioni comunali, provinciali e statali che non mettono a sistema le proprie risorse per rendere la fruizione dei vari servizi il più agevole possibile, cosa assurda in un Paese che si definisce civilizzato ed europeo come l’Italia.
LA VISIONE DELLA DISABILITA’ NELLA SOCIETA’ DI OGGI 15/1/2020
Affrontare il tema della disabilità nella società italiana è molto complicato sotto certi aspetti perché, il più delle volte, le persone che hanno qualche problema, o dalla nascita, o insorto nel corso della vita, vengono, o escluse, oppure trattate come persone per cui avere pietà, non inteso nel senso vero della parola pietas, ma compassionevolmente. Questo anche a causa del fatto che la società non è pronta ad accogliere il prossimo. Pensiamo al mondo del lavoro, come al mondo dello sport, come allo scottante tema dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Tre temi molto attuali anche per il mondo dei normodotati. Tutte queste questioni andrebbero viste sotto un’unica luce che comprenda entrambi i mondi: quello dei normodotati e quello dei disabili, poiché gli stessi problemi che ha un disabile potrebbe averli, ad esempio, un normodotato infortunato o una persona anziana, quindi è inutile avere quello sguardo compassionevole che, a volte, anch’io ritrovo nella società perché tutti potremmo trovarci in condizioni svantaggiate. Penso, per esempio, al disagio giovanile, che è sempre più presente nel nostro Paese, a causa del sempre più crescente numero di giovani che fanno uso di sostanze proibite. Questa non è riconosciuta come una disabilità, ma l’eccesso di sostanze proibite può portare all’insorgere di gravi patologie, anche invalidanti, quindi, a mio modesto parere, la chiave di volta del ragionamento, va trovata in quei sottili confini tra situazioni di disagio e situazioni agevoli che, come abbiamo visto, coinvolgono entrambi i mondi.
Per dare una nuova visione della società basterebbe trattare tutti in ugual modo mettendo a sistema quelle che sono le conoscenze attuali partendo, però, dal concetto di persona e dal rispetto di essa rispettando pregi e difetti di ognuno, con l’obiettivo di far emergere le potenzialità di ogni persona, in modo tale da poterle mettere veramente a sistema creando, così, un sistema virtuoso che funzioni.
Nella società odierna, invece, non vengono incentivate, quasi per niente, le iniziative giovanili e, le aziende, vengono sempre più surclassate dalle tasse contribuendo a creare quello stato di malcontento che porta i giovani a non avere lavoro aumentando, così, il disagio e il ricorso all’uso di sostanze proibite e, d’altra parte, anche poca attenzione al mondo dei disabili.
In definitiva, la società italiana odierna dovrebbe agire su quelli che sono i suoi punti di forza e, cioè, investire sulla cultura, sui giovani, sulla creazione di nuove infrastrutture, anche 3.0, 4.0 e 5.0, che aiutino le sinergie tra le menti. Tali sinergie porteranno, poi, al benessere e alla crescita. Al contrario, un Governo di scellerati che opprimono l’economia non investendo sui giovani, su infrastrutture e idee innovative peggiorerà solo le cose portando, l’Italia e gli italiani, in condizioni, intellettualmente parlando, peggiori del Dopoguerra, in quanto, all’epoca, si voleva rinascere e si sapeva come farlo, in quanto si stava creando un tessuto sociale secondo idee che ci hanno portato al boom economico; invece, le idee attuali, a mio modesto parere, porteranno a un appiattimento delle menti progressivo, che porterà le persone a ragionare sempre meno e, quindi, a essere sempre più rassegnate ad un' Italia piatta e senza ideali, cosa che spero che cambi presto. Il mondo della disabilità, unito al mondo dei giovani, potrebbe essere una risposta a questa crisi identitaria italiana perché, solo chi è in vera difficoltà, può tirare fuori il meglio di sé. Resto fiducioso che qualcosa possa cambiare perché, se siamo usciti da entrambe le guerre mondiali, possiamo uscire anche da questo periodo, però è molto più difficile combattere la guerra degli ideali rispetto a una guerra vera, poiché, una guerra vera si può vincere o si può perdere. La cosa che ha sempre fatto uscire le varie società da situazioni difficili sono stati gli ideali ed il confronto, cosa che, in una società sempre più piatta intellettualmente, è difficile che possa accadere.
MORIRE A CAUSA DELL’INCURIA INFRASTRUTTURALE 17/1/2020
Prendo spunto, per scrivere quest’articolo dal tragico episodio accaduto lunedì scorso a Firenze: la morte del giovane Niccolò Bizzarri, caduto dalla sua sedia a rotelle a causa di una buca in strada. Mi sembra alquanto paradossale che un giovane muoia a causa di una buca a pochi passi dal Duomo di Firenze. È pur vero che non è ancora accertato se la caduta abbia contribuito alla morte o sia sopraggiunta per altre cause. È di primaria importanza, però, il fatto che Niccolò, iscritto alla facoltà di Lettere, uscendo dalla biblioteca, dovesse sempre andare in strada rischiando la vita per la non conformità del marciapiede troppo stretto. Questo sta a dimostrare che, in Italia, vigono un sacco di regole atte all’abbattimento delle barriere architettoniche, le quali, nelle grandi città, vedi Firenze, Milano, piazza San Babila e molte altre, non vengono rispettate ledendo, così, il diritto alla libera circolazione dei disabili, anziani e così via. Ho provato anch’io, seppur con esito diverso, quasi la medesima situazione di Niccolò, in quanto mi è capitato di cadere in una strada con il ciottolato. In quel caso, non a causa dell’incuria, ma del semplice fatto che era rimasta incastrata la ruota anteriore della carrozzina catapultandomi, così, in avanti, quindi credo che l’abbattimento delle barriere architettoniche sia un tema primario per la fruibilità delle città da parte di tutti e l’unico modo per prevenire tragedie, come quella di Niccolò.
Il bello è che l’Italia, oltre ad avere esempi poco virtuosi, ha anche esempi molto virtuosi. Un esempio fra tutti è la città di Modena, il cui centro storico, da me visitato, è quasi del tutto accessibile in maniera sicura. Sono riusciti a rispettare, oltre all’abbattimento delle barriere architettoniche, anche la salvaguardia dei Beni culturali non modificando, quasi per nulla, l’aspetto originario delle piazze e dei monumenti. Mi chiedo se, in Italia, allora, si debba parlare di amministrazione comunale di serie A e di serie B. Penso che si debbano mettere a sistema tutte le migliori esperienze per poter migliorare la fruibilità delle nostre città contribuendo, così, ad evitare episodi spiacevoli.
LO SPORT RIABILITATIVO E AGONISTICO 24/1/2020
Com’è noto praticare attività fisica costantemente è un toccasana per la salute, in quanto si incorre in molteplici vantaggi, tra cui benessere psicofisico, dato che si producono endorfine, enzimi portatori, tra le altre cose, del buonumore. Si facilita, d’altro canto, la regolarità dell’alternanza veglia- sonno e, se praticato a livello agonistico, anche amatoriale, favorisce la socialità e l’aggregazione, in quanto, l’appartenenza a una squadra, fa sì che entrino in gioco tutte quelle dinamiche di gruppo che rendono aggregativo lo sport.
Nella mia esperienza ho potuto constatare che lo sport, praticato anche a livello agonistico, può essere un efficace metodo di riabilitazione, infatti, quando a fine 2010, decisi di intraprendere un progetto di sport terapia, unitamente alla proposta che mi fece un medico dello sport di Roma e, cioè, quella di effettuare dei test, attraverso il Muscol Lab, strumento mediante il quale si può monitorare il quantitativo di forza espressa da ogni muscolo per effettuare un determinato movimento, ho potuto migliorare la mia condizione psico- fisica.
Attraverso la prescrizione di esercizio fisico, fatta dal Dottore Emanuele Guerra, che, attraverso l’esito di questi test, ha potuto fornirmi una tabella di allenamento chiara per consentirmi di migliorare, infatti, nel giro di un anno e mezzo, sono arrivato a camminare con dei tripodi e a svolgere delle competizioni natatorie in acque libere. Se penso da dove sono partito, cioè dal muovere qualche passo solo se tenuto alle mani di qualcuno e anche al fatto che avevo paura soltanto se mi si proponeva di nuotare fuori dalla piscina, penso che ci sia stato un netto miglioramento.
Vorrei analizzare un attimo la mia patologia. La tetra paresi spastica, com’è noto, viene provocata da una lesione cerebrale che, nella maggior parte dei casi, avviene al momento del parto, il più delle volte, prematuro. La suddetta lesione provoca delle alterazioni ai nostri fusi neuromuscolari, che sono i recettori del comando che, dal cervello, viene trasmesso ai muscoli, quindi, per essere più chiari, nel momento in cui vi è l’intenzione, da parte dell’individuo, di compiere un’azione, non è detto che quest’ultimo riesca a portarla a termine nel modo più corretto, infatti, per quanto mi riguarda, ci sono dei movimenti che, ancora oggi, non riesco a compiere in maniera fluida e dei movimenti proprio che non riesco a compiere, soprattutto quelli fini. Il malfunzionamento di questi recettori provoca tremolio, detto “ipertono” che ho sperimentato, con il corretto esercizio fisico, diminuisce sempre più, poiché i fusi neuromuscolari venendo sempre più bombardati dallo stesso segnale riescono a compiere, sempre meglio, quel determinato movimento com’è, per me, il nuotare e il camminare.
C’è da dire, però, che la tetra paresi spastica si manifesta in diversi gradi di gravità, dipende da quanto è vasta questa lesione. Nella mia vita ho potuto constatare che i metodi riabilitativi sono tanti, ma quelli dove si sono avuti più risultati sono quelli dove lo sport ha sempre avuto una netta prevalenza, inteso come attività in piscina e in palestra svolta dai centri di riabilitazione. Prendendo in esame il mio caso, io, a Cuba, all’Aquila e nei centri diurni nei quali sono stato a Milano, facevo solo e soltanto attività riabilitativa tradizionale, intesa come ginnastica passiva e, questo, in Lombardia. Quando mi sono trasferito all’Aquila, invece, ho cominciato a capire che l’attività minima da svolgere durante il giorno non poteva essere solo 45 minuti tre volte a settimana, come prescrive la sanità italiana, ma deve essere, minimo, di 3 ore al giorno, cosa confermata dal fatto che, andando a Cuba dove ci sono dei centri veri e propri specializzati nella riabilitazione della maggior parte delle patologie, viene svolta una riabilitazione minima di 6 ore al giorno per cinque giorni settimanali. All’Aquila e Cuba non posso dire di non essere migliorato, ma siccome erano esercizi prettamente passivi e, allo stesso tempo, attivi, non sono migliorato come quando ho conosciuto il Dottor Guerra, che mi ha fatto capire quanto lo sport, praticato in 3 ore di piscina la mattina e 3 ore di palestra la sera svolgendo esercizi attivamente, potesse aiutarmi per migliorare la mia situazione locomotoria.
In definitiva penso che lo sport sia l’unico mezzo valutatore equo, in quanto valuta tutti allo stesso modo, in quanto più ti impegni più è probabile la possibilità di migliorare per tutti, disabili e non. Praticando la sport terapia in maniera intensiva mi sono reso conto che la spasticità, di qualunque grado la si abbia, svolgendo le cose nel modo corretto, possa diminuire di molto, in quanto non credo di essere né un marziano né un caso strano, ma, solo e soltanto, uno che crede molto nella possibilità di migliorare e, solo e soltanto, quando sono stato stimolato a capire quello che, in realtà, potesse veramente aiutarmi ho potuto anche, valutare dal di dentro, quelli che potessero essere i miei miglioramenti. Posso affermare che la sport terapia mi ha aiutato anche a superare una frattura al ginocchio dalla quale ne sono uscito veramente in uno stato eccellente, quindi è lapalissiano come lo sport, se effettuato nella maniera corretta, aiuti tutti in egual misura, senza distinzioni.
LA DISABILITA’ DELLA SOCIETA’ 1/2/2020
Lo scopo di questo articolo non è critico verso la società, ma vuole far riflettere. Per redarre questo articolo prendo spunto dalla mia esperienza e anche da quello che vedo quotidianamente con altri disabili. Credo che il solo fatto di essere seduti su una sedia a rotelle porti i, cosiddetti normodotati, a pensare che i rotellati siano anche parzialmente decerebrati, infatti, molte volte, o parlano con l’accompagnatore escludendo totalmente la persona interessata, oppure ti guardano dal basso in alto come se fossimo alieni. Questa è la cosa che mi rattrista di più. Ciò mi fa pensare che, la maggior parte della gente comune, si fermi alle apparenze, non approfondendo la conoscenza con la persona. Questo può portare a difficoltà relazionali, non da parte del disabile, ma da parte della società in generale, infatti a me capita che, anche chi conosco, parla con il mio assistente al posto che con me, infatti, a volte, devo intervenire e dirgli: <<scusa se esisto>>.
In definitiva credo che la disabilità non sia essere su una sedia a rotelle, ma sia dovuta alla concezione che gli altri hanno di noi. Dovrebbe far riflettere anche il fatto che, non è la carrozzina che porta a pensare a una diversità, ma, magari, anche un semplice atteggiamento diverso rispetto a quelli comuni, porta a pensare che un individuo possa essere strano. Penso che abbia senso combattere per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma, prima di ogni altra cosa, bisognerebbe abbattere quelle mentali e sociali che, alla fine, ci portano a pensare male l’uno dell’altro, disabili e non disabili; non portandoci più ad avere fiducia. Questo, secondo, me, è uno dei motivi della crisi della nostra società e, conseguentemente, del declino politico avuto negli ultimi anni.
Credo che, accettando le diversità, si possa riprendere a crescere, mettendo a sistema quelle che sono le potenzialità e le virtù positive di tutti. Solo così l’Italia può rinascere e tornare a crescere. A volte mi sembra di essere tornato indietro di 60 anni, per come la pensa certa gente. Io, a volte, me ne frego, ma, altresì, penso: <<io sarò disabile motorio, ma costui, è disabile in altra maniera>>. Questo dimostra che, in una società giusta e equa, dovrebbero essere premiate le persone meritevoli indipendentemente dalla loro condizione, invece, come sappiamo, l’Italia è reticente alla meritocrazia.
Con la viva speranza che qualcosa possa cambiare, mi auguro che, in Italia, prenda piede il sistema meritocratico, uno dei volani che ci può portare alla ripresa della crescita.
LA VISIONE DELLA DISABILITA’ ESSENDO DISABILE 5/2/2020
Facendo riferimento a un tema trattato in uno degli scorsi articoli, per scrivere questo articolo predo spunto da un episodio accaduto nella giornata di oggi. Ho assistito ad un dialogo tra assistente, disabile e fisioterapista. Il fisioterapista chiede all’assistente dove e quando aveva avuto dolore il disabile, escludendo totalmente la persona interessata, la quale non ha avuto nessun tipo di reazione, come se, oltre il danno di avere un dolore, dovesse subire la beffa di non essere considerato, alche mi è venuta voglia di intervenire e dire: << ma chiedilo a lui. È stato dotato di parola>>. Questo per affermare i concetti che tutti siamo utili e nessuno è indispensabile, in quanto ignorare le altre persone rende gli interlocutori i veri disabili e altrettanto maleducati, nonché l’atteggiamento sopracitato una perdita di tempo. Credo che da quest’esempio si possa trarre uno spaccato della società italiana e cioè quello che, la maggior parte delle volte, si tende a girare intorno ai problemi piuttosto che affrontarli. Non sarebbe socialmente utile affrontarli direttamente facendo girare i neuroni e parlando con gli interlocutori giusti? Questo ragionamento è applicabile a tutti gli ambiti della vita, ciò sta a dimostrare che la disabilità in sé non esiste, in quanto tutti siamo diversi: abbiamo pregi e difetti da valorizzare e, allo stesso tempo, limare. Se tutti prendessimo coscienza di questo fatto la società italiana migliorerebbe molto e tanti problemi non esisterebbero, poiché è più facile nascondersi dietro a un dito che ammettere di aver sbagliato. In questo modo, però, non si cresce mai e si rimane, così, in quel limbo di ignoranza che tante volte ci contraddistingue. Credo, però, che le cose possono cambiare solo se prendiamo veramente coscienza di noi stessi e di quello che vogliamo. Secondo me sarebbe la soluzione alla maggior parte dei problemi di tutti.
LA DISABILITA’ COME NORMALITA’ 28/2/2020
Gli ultimi eventi che mi sono accaduti e che stanno accadendo in Italia confermano una delle mie teorie, quella sulla quale fondo tutto il mio credo e, cioè, quello che la disabilità si possa manifestare in varie forme: motoria, mentale e così via; dipende dai vari casi. Mi sembra, altresì, vero, però, che, in politica e nella società in generale, quelli che, apparentemente, non appaiano disabili lo siano, però, veramente. Basti vedere la gestione dell’emergenza corona virus, la gestione delle politiche, sociali e non, nelle diverse Regioni, ma anche, più ad ampio raggio, la cretinaggine della gente quando parcheggia nei parcheggi per disabili e non ne ha diritto, o davanti alle rampe di accesso dei marciapiedi e così via. Questa non è solo arretratezza culturale, ma anche disabilità mentale, intesa come dissociazione dalla realtà, in quanto, un parcheggio per disabili si dovrebbe vedere e una rampa per disabili pure. Reputo, altresì, disabili quelli che parcheggiano in doppia fila prendendo, così, le proprie gambe come optional o quelli che parcheggiano l’auto sul marciapiede. Tutto ciò sta a dimostrare che i veri disabili sono, perlopiù, quelli mentali che, apparentemente, appaiono normodotati, ma, realmente, sono sprovvisti di materia grigia, in quanto hanno soltanto due neuroni che si rincorrono l’un l’altro.
Mi chiedo, altresì, se non siano disabili anche le politiche che si stanno attuando per incentivare il mondo del lavoro, in quanto vedo sempre più in espansione l’obbligo ad aprirsi partita IVA, ma non vedo, altresì, politiche di detassazione atte ad implementare questa forma di lavoro. Purtroppo l’epoca del tempo indeterminato, nella maggior parte dei casi, è un lontano ricordo, anche perché il diritto al lavoro è diventato un’utopia e i sindacati fanno le belle statuine e prendono solo i soldi dei contribuenti. Ritengo, altresì, la società italiana una delle più smart, socialmente parlando, con, tuttavia, un’arretratezza a livello gestionale dovuta alla totale ignoranza della nostra classe dirigente.
Secondo me l’Italia potrà migliorare solo nel momento in cui si capirà che la disabilità è di tutti e di nessuno. L’importante è far girare bene le rotelle, in quanto, i nostri nonni, sono riusciti a uscire dalla Seconda Guerra Mondiale e noi, per colpa di cretini patentati non eletti da noi, ci troviamo in una situazione surreale inaccettabile per il nostro Bel Paese.
LA DIFFERENZA TRA IL MANAGER E L’EVENTUALE MANAGER DISABILE 12/3/2020
Per diventare manager, in Italia, bisogna studiare management, specializzarsi in un settore, fare uno stage e trovare un lavoro che, già con il primo stipendio, ti dovrebbe permettere di vivere più che dignitosamente. Credo che questa sia l’evoluzione che dovrebbero avere tutti i lavori. Purtroppo, però, l’Italia, è un Paese arretrato culturalmente che, soprattutto al Sud, sfrutta i laureati che, la maggior parte delle volte, sono sottopagati e fanno anche lavori non consoni ai loro titoli. Non che questo sia un disonore, anzi, può essere letto anche come un vanto per chi lo svolge, ma ogni lavoro dovrebbe essere proporzionato allo sforzo fatto per arrivarci, inteso come sforzo, da parte della famiglia, per far studiare i propri figli, sforzo degli studenti per arrivare a una o più Lauree e, altresì, la responsabilità che certi ruoli richiedono.
In Italia, tutto ciò, non è valorizzato tanto quanto meriterebbe, in quanto vi sono top manager raccomandati che hanno la possibilità di avere tre o quattro assistenti che scrivono loro anche i discorsi; purtroppo non solo dattilograficamente, ma anche concettualmente, svalorizzando, così, la maggior parte delle volte, il lavoro dei collaboratori. Ci terrei, altresì, a valorizzare il fatto che, questo ragionamento, potrebbe, in una società giusta e meritocratica, essere applicato anche al mondo della disabilità perché, come sappiamo, tutti i disabili, ma, soprattutto quelli con difficoltà motorie, hanno difficoltà ad accedere al mondo del lavoro poiché non è prevista nessuna forma di assistenza. Al ché mi chiedo :<< ma come, il top manager normodotato ha diritto ad avere tre o quattro assistenti, invece il disabile, che potrebbe diventare manager in quanto possiede i titoli, non lo può diventare solo e soltanto perché non viene assunto, in quanto non è prevista una figura dell’assistente>>. Questo dimostra, ancora una volta, l’arretratezza culturale del Paese Italia sottolineando, così, ancora di più, l’arretratezza nell’accettazione dell’altro e del “diverso”. Credo, altresì, che l’Italia, lavorativamente parlando, non sia una società meritocratica, ma spintocratica.
Con la viva speranza che in merito qualcosa possa cambiare, anche per quanto riguarda il gentil sesso, al quale il medesimo ragionamento lo si può applicare senza problemi, spero che la nostra Bella Italia subisca un contraccolpo psicologico che porti alla valorizzazione della meritocrazia. Solo così, si può progredire culturalmente ed essere un Paese innovativo, cosa che, i nostri talenti, si meriterebbero di essere, anche all’interno dei nostri confini.
LO SPORT COME LIBERTA’ D’ESPRESSIONE 12/6/2020
Fare sport, qualsiasi esso sia, nuoto, danza, calcio e così via, è una delle più belle forme di espressione che conosco, in quanto ci da’ la possibilità di sentirci liberi e di essere noi stessi. A volte non è proprio così perché dipende dalle situazioni in cui ci si trova; la maggior parte delle volte, però, si ha un benessere duraturo nel tempo. Io credo che senza sport non potrei vivere. Io sono dell’opinione che bisogna provare tutti gli sport fin da piccoli, per trovare quello più adatto alle proprie inclinazioni e alle proprie capacità. Lo sport è sinonimo di socialità; dovrebbe esserlo anche d’integrazione, ma, tantissime volte, non lo è fino in fondo, in quanto, a parer mio, l’integrazione avviene solo in maniera virtuale perché, fino a quando si fanno gare o si fanno allenamenti disabili con disabili e normodotati con normodotati, che integrazione è?
A mio parere gli allenamenti, per quanto possibile, devono essere congiunti, in quanto è molto stimolante sia per i disabili che per i normodotati confrontarsi vicendevolmente. Secondo me la disabilità più grande sta nella testa di coloro che gestiscono e danno le linee guida per il mondo sportivo dei disabili. Penso che ci siano molti esempi di disabili, anche più forti dei normodotati, come ce ne sono molti di normodotati più forti dei disabili, infatti, fino a quando non si capirà che si è uguali in quanto tutti diversi e non si riorganizzano gli eventi in base a quest’assioma, secondo me si perde il senso dello sport, in quanto quest’ultimo ti da’ la possibilità di metterti alla prova per migliorarti sempre, in quanto con i sacrifici si ottengono sempre molti risultanti, anche piccoli, ma buoni risultati.
In definitiva, lo sport è uno dei mondi nel quale l’integrazione può essere un esempio di integrazione per tutti, la cosa più importante da integrare sono le menti, molto difficili da cambiare, ma son sicuro che, con l’aiuto di tanti, ce la potremmo fare.
LA TOTALE INEFFICIENZA ITALIANA 13/08/2020
Mi chiedo perché quando una persona ha bisogno di qualsiasi ausilio per la propria autonomia in quanto disabile, debba adempiere a mille procedure burocratiche per ottenere quello che gli spetta di diritto. Non credo che sia corretto dover fare la visita dal fisiatra e farsi, poi, prescrivere la carrozzina. Dovrebbe essere il fisiatra stesso che visitando, insieme all’ortopedia e paziente, decidono quale modello sia più adatto. Non è questione di polemiche, ma solo e soltanto di serietà e professionalità e chiarezza nello svolgere il proprio lavoro.
Ci dovrebbe essere un unico sportello per tutte le pratiche e, invece, i passaggi da fare sono molteplici. Andrebbe sburocratizzato tutto e reso fruibile quanto il mercato delle macchine perché, solo così, potremmo essere persone veramente equiparate agli altri, anche con quattro ruote in più, cosa che non sarebbe male in questo mondo pieno di ingiustizie e di diversità. Spero e mi auguro che qualcosa possa cambiare, ma penso che il dio denaro la farà sempre da padrone.
DIRITTO ALLO STUDIO E DISABILITA’: UNA NICCHIA O UNA REALTA’ CONSOLIDATA CHE SI DEVE CONSOLIDARE ANCORA DI PIU’? 17/11/2020
Stiamo assistendo in questi giorni a una realtà paradossale, in quanto si fanno da sempre battaglie per la corretta inclusione dei disabili a scuola, in quanto i disabili devono essere parificati agli altri alunni attraverso l’impiego di insegnati di sostegno la cui carenza è sempre un problema da inizio anno.
Io ne ho usufruito fin da piccolo. Non ho avuto quasi mai problemi e per me era, prevalentemente, un prendi appunti che mi aiutava nella compilazione di tutte quelle che erano le esercitazioni e i compiti in classe, insomma, mi faceva da amanuense. Io esprimevo parole e concetti e lui li trascriveva. Insomma, un ruolo molto utile per me, che mi ha consentito rendermi al pari degli altri e totalmente integrato con la classe.
Ho sempre avuto un’interazione molto buona con i Professori curriculari e con i compagni. Qualche anno, in qualche occasione, c’è stata qualche difficoltà in più per tutti. Quindi si può vedere come per me la scuola è stata totalmente integrante e integrata. Non mi sono mai sentito discriminato o lasciato da parte.
Nel passato i disabili venivano messi in classi separate perché si pensava fosse meglio così, ma, per fortuna, con le battaglie e con il passare degli anni, si è capito che l’integrazione è la cosa più importante per tutti. Ai tempi del coronavirus si sta assistendo ad un approccio totalmente contrario a quello che dovrebbe essere e cioè: i disabili vengono mandati a scuola e gli alunni normodotati vengono lasciati a casa. In poche parole una discriminazione al contrario.
In definitiva, penso che il diritto all’istruzione ci debba essere per tutti e tutti devono fare le stesse cose: disabili e non, sennò di che integrazione stiamo parlando? Credo che il senso di una società integrata debba essere quello di non fare distinzione a prescindere, soprattutto nella scuola e nella cultura. In definitiva, si deve decidere se restare a casa tutti, con i dovuti sostegni, soprattutto per le persone con disabilità, o se andare a scuola tutti, magari con turni.
In definitiva, l’inclusione passa anche da questo. Siamo tutti uguali, ma tutti diversi, quindi mi auguro che per l’istruzione, come per il resto delle circostanze della nostra vita si trovino soluzioni omogenee e uguali per tutti, con i dovuti sostegni per tutti. Solo così si potrà arrivare ad avere un’Italia migliore, anche con il coronavirus, dal quale speriamo di poter uscire al più presto.
QUANTO POCO SI USA IL CERVELLO 27/11/2020
Se ci pensiamo, il cervello rappresenta uno degli organi più affascinanti del nostro corpo, in quanto tutti ne siamo apparentemente dotati, ma solo pochi lo sanno usare nel modo corretto. La neurologia non è per antonomasia una scienza perfetta, ma cerca di studiare la nostra psiche. Credo che la maggior parte dei problemi derivi dalla non corretta educazione, che porta alla non riflessione e al non uso del cervello, infatti per saperlo usare bene, bisogna essere educati alla riflessione, almeno, per quanto possibile. Questo ci aiuta ad analizzare gli eventi e prendere le dovute, e quanto e più possibile corrette, contromisure.
Qualunque sia la situazione di difficoltà in cui ci troviamo, c’è sempre una soluzione positiva che, magari all’inizio sembrerà negativa, però, con il tempo, si vedono i risultati. È più facile usare il cervello quando siamo in una situazione di comfort. Tutto ci gira in modo giusto e riusciamo a prendere le giuste decisioni per mantenere lo stato di comfort. Questo, però, non è sempre possibile, infatti dobbiamo essere bravi a girare il negativo in positivo, farne tesoro e non ripetere più gli atteggiamenti o errori che ci hanno portato a stare male.
Tante volte io mi trovo in situazioni dove non capisco se gli altri sono cerebralmente poco allenati a vedere uno sulla sedia a rotelle. Mi riferisco a tutte quelle persone che molto spesso, invece che parlare con me, parlano con il mio assistente. Ovviamente, quando interloquiscono con lui su questioni che riguardano me, rispondo io, ma, la maggior parte delle volte, questi individui continuano a parlare con lui, nonostante che continui a rispondere io e lui stia muto. Ciò vuol dire che la società, in alcuni elementi che non sono pochi purtroppo, sono più abituati ad ascoltare un muto che uno in carrozzina.
Questo non è giusto perché tutti abbiamo il diritto di essere ascoltati e di essere valutati per quello che valiamo, non per quello che appariamo. È giunta l’ora di abbattere questi stereotipi che fanno ancora più male delle barriere architettoniche. Secondo me il problema dell’estrema difficoltà per i disabili e non totalmente autosufficienti a trovare lavoro, nasce anche da questo: dal fatto che non si valuta la persona, le sue competenze, le sue attitudini e le sue passioni, ma solo il fatto che è in carrozzina.
Secondo me alcuni politici e alcuni imprenditori dovrebbero fare l’esperienza di stare 15 giorni in carrozzina. Solo così si può diventare una società equilibrata, perché tante volte si dice: ”diritti uguali per tutti”, ma non è proprio così. Vorrei ricordare che il cervello non va in vacanza, siamo noi a mandarlo in vacanza. Tante volte ce lo si scorda dentro il comodino. I politici attuali, secondo me, da molto tempo se lo sono dimenticato in salamoia, questo fa sì che l’Italia resti indietro rispetto al resto del mondo.
In definitiva, se fossimo educati e allenati a usare il cervello, secondo me, saremmo un Paese migliore, che potrebbe vedere tutti alla stessa maniera, indipendentemente dalla condizione fisica o mentale. Si valuterebbero le persone in base ai loro meriti e non per quello che appaiono. Insomma, saremmo veramente una società democratica, cosa che l’Italia si merita. Non ho ancora capito se lo meritano gli italiani.
DISABILI O UGUALI? 3/12/2020
Questo titolo e provocatorio, infatti, in occasione della giornata mondiale della disabilità, mi chiedo ancora oggi cosa vuol dire essere disabili per la società. Credo che il concetto di disabilità sia ancora molto poco sviluppato, infatti la Convenzione ONU è ancora molto molto indietro su tanti aspetti, ma da’ lo spunto per cominciare a migliorare.
Posto che un disabile, indipendentemente dalla patologia più grave o meno grave, è colui che non riesce a svolgere una mansione, o più mansioni, come un normodotato. Questa è una mia definizione. Per capirci in maniera più completa, credo che quello che bisogna capire è che, come per i normodotati, ci sono disabili pigri e disabili attivissimi.
Tutti, però, devono avere le stesse opportunità, unitamente con i normodotati. Basti pensare che, fino a 45 anni fa e oltre, esistevano ancora le classi separate, perché i disabili venivano visti, indipendentemente dalla gravità e dalla forma, come persone da separare. Perdonatemi, ma mi vengono in mente concetti poco piacevoli che vi lascio solo immaginare.
Per fortuna, col passare degli anni, si è capito che i disabili devono essere integrati nella società, indipendentemente dalla gravità e dalla forma. Per quanto riguarda la scuola, tanto è stato fatto e tanto bisognare ancora fare per arrivare ad una completa integrazione. Per quanto riguarda il lavoro, però, bisogna capire che tutti abbiamo il diritto di lavorare, indipendentemente dalla nostra condizione, e non c’è nessuno che ce lo possa impedire.
Manca, però, per chi ha bisogno di un aiuto nello svolgere le funzioni primarie, tipo accompagnamenti e così via, una legislazione ad hoc che aiuti anche le aziende in questo senso. Infatti, se per la scuola è previsto l’insegnante di sostegno, non è prevista una figura simile per quanto riguarda il lavoro.
Come sappiamo, non è importante quanto si lavori, ma come si lavora, quindi, ancora una volta, torna in ballo il concetto “tutti uguali, ma tutti diversi”. Quello che penso è che i veri disabili siano i nostri governanti e anche alcuni disabili stessi che pensano, che solo per la loro condizione, gli sia tutto dovuto.
Non è proprio così. Bisogna lavorare, capire e, insieme, agire, però vi è un problema di fondo: non è possibile che nel mondo della disabilità vi siano quasi più associazioni che persone. Capisco, da una parte, che vi sono tantissime disabilità, però mi auguro che vi sia sempre più unione perché, è solo con l’unione, che si fa la forza.
Sono estremamente convinto che saremo una società veramente integrata quando tutti faremo girare le rotelle allo stesso modo, senza distinzione tra disabili e normodotati, in quanto siamo tutti umani e tutti abbiamo delle difficoltà, infatti, solo chi dice di non averne, non le ha mai affrontate, nascondendosi solo dietro al proprio ego. Si è veramente uomini quando si capisce che, solo affrontando le difficoltà, si cresce e si diventa più forti.
In definitiva, per migliorare come società, dobbiamo migliorare come essere pensanti. Qualcuno diceva: “ penso, dunque sono”. Mi sembra che, invece, i nostri governanti, in quanto esseri non pensanti, non siano.
L’APPARENTE ABBATTIMENTO DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE 18/3/2021
Vivendo su una carrozzina, da sempre mi sono trovato a fronteggiare le barriere architettoniche che, per me, visto che con l’aiuto di un assistente riesco a muovere qualche passo, sono più affrontabili di altre situazioni, ma, comunque, in un Paese civile non ci dovrebbero essere.
La situazione si complica quando vi sono le possibilità di abbattere barriere architettoniche esistenti con ausili come servoscala, monta scala e così via, ma non vi sono le persone che li sanno far funzionare. Quante volte mi è capitato in metrò a Milano di non poter salire perché il servoscala era rotto o l’ascensore non funzionava.
Per non parlare, poi, di Roma. Ma la cosa che mi fa più rabbrividire è quando vai da un privato che svolge qualsiasi mansione, compra gli strumenti per evitare le barriere architettoniche e poi dimostra di non saperli usare. Vi racconto un aneddoto divertente.
Dicembre 2017, Auditorium della Conciliazione, spettacolo di Enrico Brignano, sono stato costretto a fare il limbo perché, dopo la salita, la sbarra del montascale non si alzava. Secondo me se vado a rivedere quella sbarra, c’è ancora l’impronta della mia testa. Comunque, apprezzo perché, almeno, c’è stato il mezzo per poter salire.
Comunque, in definitiva, ritengo che, oltre alla manutenzione degli strumenti, ci vuole un’adeguata formazione da parte degli operatori per l’utilizzo, affinchè non ci siano disagi, sennò gli investimenti fatti non servono a niente, creando, così, disagio all’utente finale.
Insomma, per un mondo senza barriere, ci vuole cultura, formazione sul campo e non solo quella sulla carta, in quanto serve a poco se non messa in pratica.
LA DIMOSTRAZIONE DI UN MONDO ACCESSIBILE 29/5/2021
Da qualche tempo sto frequentando lo Studio Odontoiatrico Mei, in via Nuoro n.34 a Cagliari, dove ho trovato una piacevole sorpresa (oltre alla rampa a norma per l’accesso allo studio e al parcheggio interno) e cioè la poltrona accessibile anche ai disabili. Non avevo mai trovato un’accessibilità così facile e immediata dal dentista. Penso che sia una comodità non solo per noi disabili, ma anche per persone anziane o con difficoltà di movimento.
Penso, altresì, che Google dovrebbe dare più risalto a studi medici così all’avanguardia e così professionali. Nello specifico, lo Studio Odontoiatrico Mei si è dimostrato molto professionale, sensibile e competente: insieme di caratteristiche non comuni al giorno d’oggi.
Insomma, l’accessibilità e la professionalità stanno alla base, oltre che di un buon servizio, di un senso di civiltà che pochi posseggono, perché viviamo in una società ancora troppo arretrata che si fa, a volte, solo portavoce di alcuni valori, ma, come ne abbiamo la dimostrazione, a volte, ci sono delle bellissime eccezioni.
Ringrazio tutto lo staff e la Dottoressa Sara Mei per la pazienza.
NELLA VITA L’APPROCCIO E’ TUTTO 26/5/2021
Scrivo questo articolo per condividere con voi una delle cose che mi fanno più girare le scatole. Mi chiedo perché la maggior parte della gente che non mi conosce, quando si avvicina a me, al posto di trattarmi come una persona normale, pensa che sia intellettualmente non dotato e mi tratta come un bambino. Credo che sia un pregiudizio che alcune persone hanno, per fortuna non tutte, verso la sedia a rotelle e sono convinto che, se ci fosse seduto, per assurdo Einstein, lo scambierebbero per idiota anche a lui.
Questo sta a significare quanto la società non sia ancora pronta all’accoglienza di tutto e tutti. È pur vero che non possiamo piacere a tutti, però dovremmo sempre lasciare all’altro il beneficio del dubbio. Nella vita ho imparato che, spesso, il primo approccio è quello che conta, ma non sempre, quindi sta a noi cercare di approfondire per capire con chi abbiamo a che fare, però, purtroppo, gli stereotipi e pregiudizi nella società italiana la fanno ancora da padrone, perché siamo ancora in mano a dei decerebrati, in quanto ignorano la realtà e non permettono a tutti di usufruire degli stessi servizi e di avere le stesse possibilità, solo e soltanto perchè non viviamo in una società meritocratica, ma, solo e soltanto, pseudo-democratica.
L’intelligenza sta non nella cultura, perché uno potrebbe non avere la possibilità di studiare, ma nella capacità di affrontare l’altro, in quanto, se non sappiamo ascoltare l’altro, non sappiamo ascoltare nemmeno noi stessi ed è per questo che l’egoismo la fa da padrone. Insomma, non sarebbe meglio se le persone prima di avvicinarsi e farsi un’opinione sbagliata degli altri, si facessero prima un esame di coscienza loro per capire dove sono collocati e la fortuna che hanno a vivere nel nostro Bel Paese. In definitiva, penso che i veri disabili siano coloro che non si sanno godere la vita e che stanno sempre a criticare gli altri, perché, solo così, riescono a trovare un motivo per vivere, in realtà sprecano così la loro preziosa vita.
Credo che la vita sia la cosa più preziosa che ci venga donata e che dobbiamo viverla al meglio per poter essere persone migliori.
NON FERMARSI ALLE APPARENZE 7/6/2021
Riprendendo un brano della cantante Diana Del Bufalo, un po’ satirico-comico, volevo raccontare alcune delle esperienze che ho avuto approcciandomi con certe categorie di lavoratori, nello specifico estetisti e barbieri.
Alcune volte mi è capitato che alcuni quasi evitassero di tagliarmi le unghie, oppure erano talmente maldestre fino ad arrivare a farmi delle ferite non gravi, però sicuramente non erano professionali. Ritengo che questo sia dovuto al fatto che sono sulla sedia a rotelle e, da alcune persone, non vengo trattato come una persona normale, infatti non mi è stato chiesto in quale modo potermi mettere a mio agio e consentire, così, anche a chi doveva svolgere un lavoro, di svolgerlo al meglio.
Quando ho trovato l’estetista giusta, invece, persona piena di sensibilità e, soprattutto, tatto ho sperimentato anche la ceretta. Per non parlare, poi, dei barbieri che, alcune volte, si sono anche rifiutati di tagliarmi i capelli, solo perché ero in carrozzina e altre volte, alcuni, nel farmi la barba con la lama del barbiere, avevano più paura di me, però, poi, ne son sempre uscito vivo e senza un taglio, dimostrando loro che sono una persona uguale agli altri, senza nessun problema.
Quindi, come dice la cantante:<< alcune volte la società dovrebbe avere meno pregiudizi e si vivrebbe tutti meglio>>.
Non credo, inoltre, che sia possibile, nel 2021, vivere ancora in questo mondo stereotipato (se gli Uffici di Collocamento funzionassero come gli stereotipi saremmo tutti occupati e lavoratori).
In definitiva, il pregiudizio sta solo nella nostra testa, perché insito nella società. In definitiva, dobbiamo essere meno preoccupati del giudizio degli altri e goderci di più la vita.
LA MALATTIA DELL’ITALIA:LA BUROCRAZIA 01/07/21
Come si sa, l’Italia è piena di cavilli burocratici che non fanno altro che rallentare, anche per le cose essenziali, il procedimento. Ad esempio, se uno è invalido civile al 100% e gli spetta una carrozzina passata dalla ASL, non vedo perché, una volta fatta la prima volta la procedura, ogni 5 anni, bisogna ripresentare la stessa identica documentazione, che certifica la stessa identica condizione. Bisognerebbe farlo solo in caso di aggravamento o miglioramento della condizione stessa e, ogni 5 anni, i disabili dovrebbero potersi recare in un un’ortopedica e, unitamente all’ortopedico e al fisiatra, scegliere una carrozzina più consona alle loro esigenze.
In questo modo si snellirebbe la burocrazia e si potrebbero risparmiare un sacco di soldi, invece bisogna sempre litigare per far rispettare i propri diritti. Questo non è giusto nel nostro Bel Paese, perché le persone hanno già difficoltà e far vivere loro con ancora più disagio la vita è proprio sintomo di una società insensibile, piena di contraddizioni e di cavilli che non servono a nulla.
I moduli sono tanti da compilare per ogni aspetto della nostra vita. ci dovrebbe essere una scheda che, in automatico, ci possa identificare e ci possa permettere di inserire tutti i nostri dati, sia a livello fiscale che per tutti gli altri livelli.
Non credo che questo possa essere possibile, perché gli italiani si complicano da soli le cose e, difatti, siamo il Paese con l’incidenza fiscale più alta d’Europa. Tutto questo perché vi sono molti evasori.
In definitiva, sono e resto fiducioso che la nostra Bella Italia possa fare un salto di qualità, se e solo se, ci saranno persone smart e non addormentate, come sempre accade in Italia.
IL LABILE CONFINE TRA LA CONCEZIONE DELLA DISABILITA’ E LA DISABILITA’ STESSA 23/7/21
Come sappiamo sono vari i tipi di disabilità, sono molteplici e molto diversi tra loro. Il problema è capire l’importanza del concetto di invalidità, cioè quanto queste disabilità possono rendere invalida una persona. Mi disturba solo pensare al concetto di invalidità, in quanto, invalidi in qualcosa, lo siamo tutti perchè non tutti scaliamo l’Everest, ma tutti facciamo cose diverse gli uni dagli altri, quindi siamo tutti uguali, ma tutti diversi.
Non credo che questa concezione sia compresa dalla società italiana, in quanto è ancora prevalente la concezione del menomato, del poverino e del diverso. Purtroppo, però, non si capisce che, quelli veramente disabili, sono quelli che hanno questa concezione della vita, perché il concetto di diversità o di disabilità si supererà solo ed esclusivamente quando ci sarà una cultura del protrarsi verso l’altro, aiutarlol, perché aiutando gli altri ci si aiuta.
Credo che sia alla base di ogni situazione lo spirito di adattamento, ma anche di saper capire quali siano le priorità e poterle cambiare, però, senza cultura non si va da nessuna parte perché, non vi è rispetto e, quindi, non si capisce bene dove si sta.
In definitiva, la disabilità non è altro che la concezione che la società ha del diverso, ma, per me, tutta la società è disabile, in quanto non sa riconoscere quanto di straordinario ci sia in ogni persona, in quanto ognuna diversa dall’altra. Il vero talento sta nel riconoscere il valore delle persone con cui stare, riconoscendolo saremo tutti più felici e più preparati ad affrontare le difficoltà della vita.
IL DIVERSO SGUARDO CHE DA’ LA DISABILITA’ 27/7/21
Io tante volte dico che siamo tutti uguali, in quanto tutti diversi. Questo è un ossimoro per far capire che l’uomo è veramente un uomo quando coglie le diverse opportunità che la vita gli mette davanti, e quando le si sa cogliere nel modo giusto, siano esse positive o negative, tutto viene più facile perché è lo sguardo che abbiamo verso la vita che ci da’ la possibilità di vivere meglio.
Se non si può fare un salto, ad esempio, per arrivare all’obiettivo, si può aggirare l’ostacolo, quindi ci arrivi in una maniera diversa rispetto ad un altro. L’importante, nella vita, non è come si arriva alle cose, ma, sempre nel rispetto delle regole e degli altri, è arrivarci. Il metodo, poi, ognuno trova il suo.
In definitiva, mi ritengo fortunato ad essere disabile, perché questo mi ha dato la possibilità di approcciare la vita con occhi diversi e di non pormi mai problemi nel fare le cose perché, in definitiva, tutti possono fare tutto; l’importante è trovare il modo giusto.
La disabilità sta nella società che, la maggior parte delle volte, non fornisce la possibilità di creare un metodo perché crea delle barriere mentali e fisiche, atte all’esclusione di determinate categorie di persone. Quindi, come possiamo vedere, la disabilità non sta in chi la vive, ma nella società ancora troppo retrò per definirsi avanzata e inclusiva.
COSA VUOL DIRE INTEGRAZIONE? 30/7/21
La parola integrazione vuol dire aggiunta, oppure due gruppi di persone che si integrano, cioè che vanno d’accordo conoscendosi. Dopo questa rapida spiegazione, vengo al nocciolo del discorso. La società italiana, secondo me, non è ancora molto sensibile al tema dell’integrazione, sia che si parli di disabili, sia che si parli di persone con diverso colore della pelle, sia che si tratti di qualsiasi altra differenza di genere.
Questo perchè sono ancora attivi nelle menti delle persone tutti quei preconcetti antichi che, ad esempio, escludevano i disabili dalle sale da pranzo, oppure dividevano i neri dai bianchi, come se la diversa pigmentazione della pelle potesse dare il diritto di differenziare e così via.
Non riesco proprio a comprendere come nel 2021 ci sia ancora gente che abbia questa concezione. Tanto è stato fatto, ma tanto resta ancora da fare e, fino a quando la società non si fonderà sulla meritocrazia, tutte queste distinzioni resteranno. Vorrei che si capisca come per me queste distinzioni siano retrò. Devono essere considerati diversi quelli che pensano in questo modo, non le persone che vivono la loro diversità o disabilità in maniera normale e rispettosa degli altri.
La diversità non è disabilità, ma è uguaglianza, perché è la diversità che combatte la monotonia, cambia le regole e fa evolvere il mondo. Immaginiamoci se tutti fossimo uguali: saremmo tutti dei robot. Sarebbe una monotonia pazzesca e vivremmo tutti alla stessa maniera. Non sarebbe giusto per l’umanità, quindi, in definitiva, non riesco ancora a comprendere come l’uomo veda la diversità come occasione per predominare e prevalere sull’altro.
Da queste situazioni nascono le guerre e tutto ciò che rende l’umanità una società molto complessa, infatti, se nel mondo animale la caccia è lecita perché ogni animale deve procurarsi il cibo, nel mondo degli umani le guerre sono fatte sulla base dello strapotere economico e della sete di denaro che ogni stato ha. Questo è altamente discriminante, oltre che non efficiente.
Quindi, si capisce come sia la società ad essere disabile e non quelli che vengono considerati tali.
L’ITALIA E’ DAVVERO UN PAESE ACCESSIBILE? 3/8/21
Quante volte mi sono posto questa domanda: una miriade. La risposta che mi do è che lo è se sei fortunato, infatti mi trovo sempre, quando devo viaggiare, a dover affrontare difficoltà estreme perché, anche quando ti dicono che la camera è a norma di legge, poi in realtà non lo è la maggior parte delle volte. Basti pensare che una camera a L’Aquila l’ho dovuta mettere a norma io montando i maniglioni in modo corretto.
Quando vado in altre città mi è capitato che, laddove ci fossero i maniglioni, si staccassero dal muro, con l’alto rischio di cadere. In realtà mi è capitato anche a scuola e lì ho fatto una caduta senza eguali. Mi è capitato anche di dover fare la doccia seduto sul water con il doccino del bidet perché la doccia, pur essendo a pavimento, era totalmente inaccessibile, in quanto sprovvista di maniglione e seggiolino. Questo perché la gente non sa mai come comportarsi e non rispetta mai le regole.
In definitiva, le leggi ci sono, ma non vengono quasi mai rispettate. Forse qualche architetto, insieme a qualche politico, dovrebbe vivere una settimana sulla carrozzina e poi capirebbe l’utilità delle leggi che vi sono. In fondo non è molto difficile, basta applicarle.
Sono convinto sempre di più che l’Italia sia un bellissimo paese, ma che l’accessibilità sia un optional di cui vantarsi, non una normalità. Insomma, l’Italia è un finto paese accessibile.
Sperando che le cose migliorino, anche sotto l’aspetto dell’utilizzo dei mezzi pubblici e così via, mi auguro che tutto possa migliorare, rendendo l’Italia il paese più accessibile del mondo. Mi impegnerò per questo.
LE ASSURDITA’ DEL CONCETTO DI ACCESSIBILITA’ 4/8/21
Ieri, grazie ad una mia cara amica conosciuta da poco, sono venuto a conoscenza di Sofia Righetti, una ragazza disabile dalla storia incredibile che anche lei, come me, si batte per un mondo migliore per tutti. Mi ha fatto riflettere fare la sua conoscenza perché mi rendo conto, sempre di più, che tutto il mondo è paese e i disagi che vivo io li vivono anche altre persone, però, magari, anche più di me, infatti a me non è mai stato negato l’accesso a una spiaggia, oppure di poter uscire dalla stessa, o non sono mai stato cacciato via in malo modo da una spiaggia, com’è successo a questa ragazza.
Secondo me, in definitiva, tutti i litorali e tutte le calette dovrebbero essere accessibili perché tutti abbiamo il diritto di usufruire delle bellezze naturalistiche del nostro paese. In fondo, per rendere accessibile una spiaggia, ci vuole solo una pedana e una carrozzina per il mare che tutti i Comuni potrebbero acquistare, oppure anche noleggiare e, previa prenotazione, il disabile, non si troverebbe a disagio, senza considerare il fatto che, questo tipo di servizio, potrebbe essere utile anche alle persone anziane o con altre difficoltà motorie.
Mi chiedo perché solo i bipedi sani possono usufruire in toto di tutte le bellezze del nostro paese. L’accessibilità è un principio che va oltre ogni concetto. Tutto dev’essere fruibile perché la società sia veramente un simbolo d’integrazione. Purtroppo, in Italia, siamo molto indietro e i disabili sono ancora troppo ghettizzati. Non riesco a capire “perché vi è l’educazione, la maggior parte delle volte, di aiutare le persone anziane e, invece, la maggior parte delle volte, quando si vede uno in carrozzina, si gira la faccia dall’altra parte, oppure lo si tratta come se fosse un bambolotto”.
Abbiamo diritto anche noi ad essere trattati come persone normali e dovremmo tutti esigere l’accessibilità e denunciare situazioni discriminanti. Insomma, per un’Italia più accessibile, ci vorrebbero più persone flessibili mentalmente. Resto fiducioso nel nostro bel paese e che si crei una sensibilità sempre più grande e sempre più marcata verso questi temi.
DIVERSITA’ UGUALE DISABILITA’? 6/8/21
Vi chiederete se mi sia bevuto il cervello perché io affermo sempre che siamo tutti uguali, in quanto tutti diversi. Da qui il titolo non si spiegherebbe, ma, purtroppo, anche le ultime esperienze mi portano a dire che sia la diversità a far cogliere alla società la disabilità. Mi spiego meglio.
Per una persona che non conosce il mondo della disabilità, la mia disabilità è rappresentata dalla carrozzina e, quindi, la persona ha un certo pregiudizio o giudizio che proviene dalla sua educazione, quindi io sono diverso, in quanto sulla carrozzina, quindi disabile. Non dovrebbe essere così, però per la maggior parte della gente, purtroppo, lo è.
Quando entro in un hotel, per esempio, oppure sui mezzi pubblici, soprattutto gli autobus, la maggior parte delle volte non vi è la pedana per disabili o le strutture adatte. Quindi, la diversità sta nel fatto che quella compagnia o quell’albergo non sono attrezzati come previsto dalla legge, quindi sono loro disabili, non io, in quanto non sono adeguati ad una norma prevista dalla legge.
L’accessibilità si avrà completamente solo e soltanto quando tutti i disabili denunceranno eventuali mancanze e lo Stato deve multare quelle aziende/strutture che non rispettano le leggi sull’abbattimento delle barriere architettoniche, quindi, è pur dimostrato che la diversità è uguaglianza e che la disabilità, alla fine, rappresenta ciò che un po’ tutti siamo, in quanto tutti non fanno il salto in alto; tutti facciamo cose diverse.
Quindi, la disabilità vera sta nell’approccio che la società ha verso chi ha qualche difficoltà in più. Saremo una società veramente integrata quando tutti potremmo avere gli stessi diritti e gli stessi doveri durante la giornata, da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire.
In definitiva, è la società ad essere disabile e non l’individuo. Per un’Italia più inclusiva ci vogliono menti aperte, pronte ad accogliere tutti. Caratteristica che, purtroppo, non è facile trovare, però resto fiducioso che i nostri governati facciano girare sempre di più le rotelle, anche se gliene sono rimaste poche.
LA DIVERSITA’ SOCIALE 12/8/21
Su questo tema ho scritto molto. Oggi approfondirò alcuni aspetti. Il concetto di diversità si basa sull’effimero concetto di normalità, che nient’altro è quello che siamo abituati a vedere e quello che ci aspettiamo che succeda. La vita, però, è sempre piena di sorprese che portano alle varie diversità che ci contraddistinguono. Lasciando per un attimo da parte i caratteri, è molto importante capire che il concetto di diversità, o anche di disabilità, nasce dalle abitudini comuni di ognuno di noi di etichettare e di farsi un’opinione senza conoscersi.
Questa è la cosa più sbagliata che nella vita si possa fare, da dove, poi, nascono quasi tutti i malintesi o discriminazioni. In definitiva, cosa cambia se uno per spostarsi debba usar la carrozzina o le gambe? Non cambia assolutamente niente, se non il fatto che per chi è in carrozzina è più difficile perché, la maggior parte delle volte, vi sono barriere architettoniche.
In definitiva, la vera disabilità sta nella società perché non è educata a guardare verso l’altro come un essere umano con uguali diritti e uguali doveri. Se tutti fossimo consapevoli che viviamo in un mondo dove tutti possiamo essere diversi ma integrati, vivremmo tutti, meglio dandoci l’opportunità di crescere attraverso delle sinergie che portano sempre innovazione e modernità.
IL DIRITTO ALL’ACCESSIBILITA’ E’ UN DOVERE MORALE 20/8/21
In continuo con l’articolo di ieri, volevo analizzare alcune situazioni. Vi sono regioni con città molto accessibili, come Modena e, in generale, l’Emilia Romagna, perché vi sono anche molti centri riabilitativi e, la maggior parte dei punti d’interesse e dei marciapiedi, sono estremamente fattibili. Poi vi è un rispetto molto marcato, ad esempio, dei passaggi pedonali, dei semafori rossi e così via, però, purtroppo, anche in quelle regioni, non sono rari gli hotel che non sono attrezzati per i disabili, infatti, molte volte, quando vado in quei posti, devo portarmi le mie maniglie a ventose perché, purtroppo, non vi sono alternative, in quanto sono quasi tutti sprovvisti di maniglia.
Non è molto giusto fare di tutta l’erba un fascio, ma, in alcune città dell’Emila Romagna, è molto difficile trovare un hotel attrezzato, in quanto mancano sempre le maniglie al bagno. Anche a Milano, a parte i quattro stelle, in alcuni punti del centro, i marciapiedi non sono accessibili. Questo fatto è scandaloso. Infatti, quando io studiavo a Milano, per andare in carrozzina da piazza San Babila a Piazza D’Uomo, ad un certo punto dovevo fare il limbo per passare sotto la catena di un passo carraio, in quanto il marciapiede era sprovvisto di rampa. Non credo che nel 2021 sia ancora possibile.
Mi sono capitati altri hotel nel bolognese dove, se pur dotati di maniglioni, questi mi si sono staccati dal muro, con il rischio di cadere. I maniglioni vanno manutenzionati ogni tot come, d’altronde, tutte le strutture degli hotel.
Un’altra cosa che mi fa riflettere, è che, quando vai negli hotel, la maggior parte delle volte, quando questi sono pieni e non vi sono disabili, i clienti normodotati non vogliono la stanza per disabili, perché dicono che il bagno è scomodo. Questa è un’ingiustizia perché non è vero, in quanto è un bagno come un altro. Non è concepibile oggi avere una discriminazione di questo tipo.
Ho anche trovato bagni per disabili con il lavandino a pedali e mi sono chiesto: <<ma come fa un disabile in carrozzina a schiacciare il pedale?>> purtroppo, in Italia, si assiste ancora a queste commedie fantozziane. In Abruzzo la situazione è abbastanza buona, ma può e si deve migliorare. In Sardegna, in particolar modo nella città di Cagliari, non è molto facile trovare un bar con un bagno per disabili, ma questo anche in tutta Italia, infatti, al centro di Roma, qualche anno fa, ho dovuto chiedere ad un hotel se aveva un bagno per disabili, in quanto non ce n’era uno neanche a pagarlo.
A Cagliari è molto facile fruire delle bellezze della città con la carrozzina. Vi sono molti attrezzi per disabili, ma d’estate, la maggior parte delle volte, vengono occupati da chi non ne ha diritto: tradizione italiana. Insomma, è una città molto vivibile, però si può fare molto di più e si deve fare molto di più.
Comunque, per quanto riguarda l’accessibilità ai monumenti, l’Emilia Romagna io l’ho trovata al top del top. Una cosa che trovo ancora assurda è che, in una città come Milano, per muoverti con i mezzi pubblici, bisogna informarsi, soprattutto con la metropolitana al momento della presa del mezzo pubblico, se nella stazione di arrivo funziona l’ascensore o il montascale per salire.
A me, una volta, è capitato di rimanere bloccato a metà strada perché una signora stava usando quello dall’altra parte della stazione con un passeggino e, quindi, il sistema è andato in tilt. Penso che ci debba essere la libertà di muoversi per tutti indifferentemente, come nelle città del nord Europa, in Inghilterra, ma anche in Austria e in Germania.
Insomma, le città si stanno muovendo per essere accessibili, però c’è ancora molto da fare e ancora molto divario, in quanto, prima di abbattere le barriere architettoniche, bisogna abbattere le barriere mentali, che sono quelle che creano discriminazione.
I DIVERSI APPROCCI DELLO SPORT 27/8/21
Siamo in un mondo molto molto strano e arcaico, in quanto non riesco a capire che differenza ci sia tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Non penso ci debba essere differenza fra chi usa la carrozzina e chi ha una difficoltà motoria nel praticare sport ad alti livelli, rispetto a un normodotato. Penso che tutti debbano avere la possibilità di partecipare a una manifestazione unica dove si sarebbe divisi in categoria, ma in base al tempo di iscrizione.
Si avrà, infatti, una vera integrazione quando i due mondi saranno uniti e non divisi. Mi è di difficile comprensione un fatto. Guardando ieri le Paralimpiadi, dove per la prima volta si svolge anche l’equitazione, e, vedendo un’atleta italiana bravissima che, con il suo cavallo è riuscita e dare il meglio di sé, mi sono chiesto che differenza ci fosse tra lei e un’amazzone normodotata.
Io non l’ho notata e mi sono detto:<<sarebbe bello vedere i due mondi uniti>>. Poi mi chiedo:” ma, siamo veramente in un mondo dove le discriminazioni si stanno attenuando, o no?>> Durante le Olimpiadi bastava che l’Italia vincesse una medaglia d’oro e tutti i telegiornali parlavano per mezz’ora di quello. Durante le Paralimpiadi è già tanto se vi è una notiziola alla fine. Vi sono, per caso, atleti di serie A e atleti di serie B?
Penso che vi sia una cultura di serie A e una cultura di serie B e, invece, gli atleti sono tutti uguali. Sarebbe giusto dare lo stesso spazio a tutti perché, alla fine, gli ori, gli argenti e i bronzi sono uguali per tutti e gli atleti sono tutti uguali. Si deve partire da lì per incominciare con la vera integrazione e dare, di conseguenza, il giusto spazio e il giusto risalto a tutti, senza distinzione.
LA DISABILITA’ VISTA COME RISORSA E OPPORTUNITA’ 23/9/2021
Per me essere disabile non è mai stato un problema. Periodi difficili ce ne sono e ce ne sono stati, come periodi felici. Io non mi sono mai sentito diverso. Ho sempre pensato che ho la fortuna di vedere le cose da un’altra prospettiva e ho sempre fatto mio il proverbio di Machiavelli: “il fine giustifica i mezzi”.
In fondo non è importante come arrivi a una cosa, ma l’importante è che ci arrivi. Sono pienamente convinto che tutto quello che la vita mi ha regalato me lo sia meritato con il lavoro e il sacrificio, sia didatticamente che sportivamente parlando. I miei genitori mi hanno sempre aiutato e spronato a migliorarmi.
Sono convinto che la società debba crescere molto in questo senso. Per farlo si deve riuscire a pensare che, sia i piani educativi e tutti i mondi, da quello scolastico a quello universitario lavorativo, debbano essere integrati, dando, così, la possibilità a tutti di conoscersi al meglio, di sviluppare la personalità e di poter condurre una vita, il più possibile, felice.
Quindi, come si può vedere, non è una questione di normalità o no, è una questione di accettazione di sé in base a quello che la vita ti mette davanti. Se tutti fossimo in grado di accettarci per quello che siamo vivremo tutti meglio, in quanto solo così possiamo capire ciò che dobbiamo diventare e dove vogliamo arrivare.
Quindi, come si vede, siamo tutti uguali, ma tutti diversi e, quindi, la disabilità sta in come gli altri ci percepiscono. Io faccio sempre un esempio: chi è il disabile tra colui che usufruisce del parcheggio per disabili perché ne ha diritto e colui il quale ne usufruisce senza averne diritto solo perché non trova parcheggio?
Secondo me lo è il secondo, in quanto non rispetta le regole, quindi, per avere un’integrazione vera della disabilità, dovremmo imparare a conoscerci tutti meglio per capire se la diversità sta nell’uguaglianza come la disabilità sta alle persone normodotate.
COSA VUOL DIRE VERAMENTE ACCESSIBILITA’? 12/10/21
Voglio aprire quest’articolo con una riflessione: oggi sono andato allo Yacht Club di Marina Piccola a chiedere informazioni e ho trovato il posto veramente accessibile, con tutte le rampe regolari e al proprio posto, già costruite e concepite per svolgere il ruolo. Non mi son sentito per niente discriminato e ho potuto girare tutto il piazzale del porto senza barriere.
Non so se vi è un bagno per disabili, ma vi terrò aggiornati! Il personale molto gentile, pronto a soddisfare ogni tipo di richiesta. Quando entro in posti così mi sento veramente uguale agli altri e la carrozzina non la sento quasi. Questo per spiegare che l’accessibilità non è solo l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma anche il modus operandi delle strutture ricettive per poter includere tutti.
Mi fa pensare un fatto: è più importante essere accoglienti o accessibili? Secondo me il primo concetto, in quanto deve per forza comprendere il secondo, quindi si vede come l’accessibilità non sia un concetto molto importante, se compreso nella più ampia accezione dell’accoglienza, in quanto un luogo per essere accogliente dev’essere accessibile.
In definitiva, il problema della disabilità sarà più compreso quando tutte le strutture saranno accoglienti perché, in fin dei conti, accoglienza è uguale uguaglianza. Quindi, tutte le critiche sull’accessibilità secondo me sono giuste, ma, la maggior parte delle volte, non sono, purtroppo, ascoltate, poiché non vi è intrinseco il messaggio dell’accoglienza.
In definitiva, accoglienza vuol dire stesse opportunità per tutti.
L’ACCESSIBILITA’ NON E’ SOLO FISICA, MA E’ ANCHE MENTALE 15/10/21
Sono disabile dalla nascita, però penso che una cosa che non mi è mai mancata è l’inventiva e la capacità di comprendere le cose. Una, però, non l’ho ancora capita e penso che non la capirò mai: il perché i proprietari di bar e ristoranti, ma più in generale anche di luoghi comunali e così via, nell’arredo di bagni per disabili non rispettano quasi mai la legge, infatti, se trovi un bagno per disabili sei già fortunato e, purtroppo, la maggior parte delle volte, non è a norma perché gli ingegneri che lo progettano pensano che i disabili abbiano le ali e volino come libellule sul wc e, poi, facciano il contrario per tornare sulla carrozzina.
Ma, la cosa peggiore è che, quando vi sono, la maggior parte delle volte, non sono a norma. Mi chiedo cosa costi mettere delle maniglie, in quanto il costo delle maniglie che servono è, più o meno, di 160 euro totale. Non penso sia una cifra esorbitante perché, se metti il wc che ne costa 133 con la doccetta, non penso che 27 euro in più possano essere così gravanti.
Credo, altresì, che possa essere un problema mentale sia degli ingegneri che dei disabili stessi che non protestano. Quindi, come possiamo ben vedere, le barriere architettoniche non sono una barriera fisica, ma una barriera mentale.
L’INCOMPRENSIBILE DISPARITA’ DI TRATTAMENTO 19/10/21
Non riuscirò mai a comprendere perché sia diffusa la cultura che, solo perché un disabile è sulla carrozzina, debba essere diverso per forza e subisca diversità di trattamento, tra cui, anche, l’accezione del “poverino” che, per me, non deve esistere e non può essere appoggiata da nessuno, siano essi disabili o normodotati, perché siamo tutti uguali e tutti abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri.
Chi è sulla sedia a rotelle ha qualche difficoltà in più, ma, sicuramente, non è data solo dalla sua condizione, ma, soprattutto, da come viene ostacolato dalla società, in quanto è sempre più frequente assistere a esperienze integrate, ma solo a progetto, come se la vita delle persone in carrozzina durasse il tempo di quel progetto.
È pur vero che anche i giovani sono trattati così, quindi è una cosa comune, ma, purtroppo, molto di più, i disabili. Secondo me non deve esistere questa concezione perché porta solo instabilità. I progetti devono essere fatti per la formazione, non a livello lavorativo, in quanto, a questo livello, vi dev’essere un’integrazione completa basata sul merito e non sulla condizione.
Insomma, per una società più integrata ci vuole un’intelligenza più evoluta, cosa non comune di questi tempi. Basterebbe far girare di più le rotelle.
COSA VUOL DIRE DISABILITA’ 9/11/21
Secondo me il concetto di disabilità è molto relativo perché tutti siamo uguali, ma siamo tutti diversi, quindi tutti possiamo avere difficoltà a svolgere un’azione piuttosto che un’altra. Il concetto è: se io sono in carrozzina, non vuol dire che non possa scalare l’Everest. Sto un po’ esagerando, ma basti vedere il film “Viaggio sul Kilimangiaro” dove un paraplegico scala insieme ad altri normodotati la montagna. Film consigliatissimo!
Fa capire molte cose, senza essere per nulla banale; aiuta a comprendere come i concetti su detti siano veri. Quindi, secondo me, il concetto di disabilità esiste solo perché la società lo fa esistere, in quanto, se tutto fosse accessibile e regolamentato bene, l’essere disabili non sarebbe così una discriminate e, anche la percezione che le persone hanno di quelle cosiddette “svantaggiate”, non sarebbe tale.
L’uso della sedia a rotelle, siamo veramente sicuri, che sia uno svantaggio? Io non penso, visto che tutti, oggi, vanno con un monopattino o qualcosa del genere, che non è altro che un mezzo con due ruote che permette di andare. Noi disabili abbiamo anche il vantaggio di essere seduti, quindi, paradossalmente, siamo anche più comodi, quindi ecco dimostrato come il problema vero sia la società che ci percepisce come diversi, ma che in realtà siamo tutti uguali.
Anzi, noi siamo discriminati perché non abbiamo le stesse possibilità di lavoro, ma abbiamo il pregiudizio dell’altro, data la bassa cultura dell’italiano medio nel campo della disabilità.
In definitiva, la disabilità è come la società concepisce coloro i quali vivono la vita attraverso altri mezzi che non sono usati nella normalità. Sono fermamente convinto che quando tutti avremmo le stesse possibilità di accesso, sia ai luoghi pubblici che al mondo del lavoro che alla scuola, il concetto “tutti uguali, ma tutti diversi” possa essere veramente applicato nel pieno rispetto della Convenzione ONU.
IL CONCETTO DELLA DISABILITA’ IN UN MONDO IDEALE 20/11/21
Come dico sempre io: siamo tutti uguali, ma tutti diversi. Una mia amica un giorno mi fece molto riflettere perché mi disse che io potevo fare molto di più rispetto a quello che già facevo, ma, agli inizi, non capii quest’affermazione, non perché la presi male, ma perché non riuscivo a comprendere cosa potessi fare e, soprattutto, come.
Andando avanti con gli anni, poi, riuscii a comprendere che la sua affermazione non era rivolta alla quantità, ma alla qualità della vita e su come si sfrutta il tempo che ci viene donato, quindi, tornando al titolo, per me lo stato non deve, in alcun modo, lasciare abbandonate a se stesse le famiglie che hanno la fortuna più grande del mondo: cioè quella di approcciarsi alla disabilità.
Io la ritengo tale perché, quest’ultima, ti permette di guardare la vita con occhi diversi e mi fa sempre sorridere il mio amico Enea Galetti che, essendo non vedente, quando glielo dico, mi dice sempre che ho ragione e, io, gli ho sempre fatto la battuta:<<ma come fai a vederla se sei non vedente?>> Lui, dopo una risata, mi ha sempre detto che:<<gli occhi del cuore non hanno limiti>>.
Ed è da lì che ho capito che siamo tutti uguali, ma tutti diversi. In definitiva, in uno stato ideale, innanzitutto, se si riducesse l’errore umano, gran parte delle disabilità non esisterebbero, poi, oltre a questo, si dovrebbe garantire una cura atta a sviluppare i talenti delle persone fin dalla nascita: questo per tutti, non solo per i disabili.
Si dovrebbero garantire metodi di riabilitazione diversi per ogni persona o per ogni patologia, perché non siamo tutti dei robot, ma abbiamo tutti esigenze diverse.
Cosa sono 45 minuti di riabilitazione 3 volte a settimana? Non sono nulla. Ci vorrebbero più sport integrati veramente, dove normodotati e disabili possano integrarsi. La scuola dovrebbe capire che: l’unione tra normodotati e disabili arricchisce, mentre la separazione impoverisce. Insomma, la famiglia dev’essere accompagnata in tutti gli aspetti della vita, indipendentemente dalla presenza di un disabile o no.
Questo creerebbe molte indotte e molto lavoro, riducendo, così, la disoccupazione. In definitiva, mi rendo conto che questo mondo sarebbe ideale, ma non è ancora così, perché l’egoismo dell’uomo ha sempre il sopravvento, in quanto non fa girare bene le rotelle.
LA DISABILITA’ E’ OCCASIONE DI RIFLESSIONI 24/11/21
Questo articolo è prettamente personale e vi sarà esplicitamente la mia visione e concezione della vita. Io sono nato con una disabilità che mi ha dato delle problematiche all’apparato locomotorio e visivo. Ho capito da subito, grazie alla mia famiglia, però, che la disabilità non è un problema, ma lo diventa quando, come tutte le situazioni della vita, vengono vissute male, quindi, vivendola male, si tende a vedere tutto come un problema, non dando la possibilità agli altri di conoscerci perché, in fondo, in verità, non ci si conosce.
La consapevolezza di sé, infatti, è il primo passo verso l’accettazione della disabilità e, soprattutto, della propria condizione, infatti, se si togliesse la parola “disabilità” e si usasse la parola “condizione”, secondo me, sarebbe tutto più semplice perché la parola “condizione” non viene percepita in senso negativo, ma ha un senso neutro, infatti io, nella mia vita, non mi sono mai posto limiti: ho potuto andare a studiare fuori in autonomia grazie a tanti aiuti, sia della mia famiglia che del Comune di Capoterra e anche dell’ABC Sardegna, però, se avessi avuto una concezione tradizionale della disabilità, sicuramente non avrei fatto il 60% delle cose che ho fatto.
Per me lo studio e la vita indipendente sono due aspetti fondamentali per la mia vita e la mia autodeterminazione, perché ho potuto conoscere lati di me che, altrimenti, non avrei potuto comprendere. Sono, altresì, convinto che tutto quello che la vita ci mette davanti, siano esse cose belle o cose brutte, se affrontate con grinta e determinazione, possano essere quasi tutte risolvibili, infatti sono convinto che non ci sia rimedio solo a una cosa, quindi, a parte quella, tutto è affrontabile, basta avere la giusta educazione e il giusto approccio.
Le difficoltà della vita insegnano che non ci si può mai arrendere e che si può sempre essere di aiuto agli altri, anche quando si pensa di non esserlo perché è solo attraverso la condivisione che ci si può aiutare, quindi mi auguro che i disabili mettano sempre di più a confronto le loro esperienze con i normodotati per far sì che si capisca che siamo tutti uguali, ma tutti diversi, in fin dei conti, nella vita, basta solo far girare di più le rotelle.
Ringrazio ancora una volta tutti quelli che mi hanno aiutato a diventare la persona che sono oggi e bisogna ricordarsi che nella vita bisogna fare errori per poter prenderne esempio e poter, quindi, crescere. Solo così si può essere persone migliori.
LA VIOLENZA E’ SEMPRE DA CONDANNARE 25/11/21
Nella giornata dedicata al rispetto della donna e contro ogni violenza è importante precisare che ogni tipo di violenza è da condannare, perché le donne sono coloro che generano nuova vita e hanno una marcia in più. La violenza, infatti, non porta mai, in ogni ambito la si tratti, beneficio, ma porta segregazione mentale e anche fisica, non solo, ma le donne hanno più forza di tutti perché riescono ad affrontare situazione veramente complicate, come la gestione di una famiglia e, assolvendo al ruolo di madri, riescono anche a lavorare.
In definitiva, le donne dovrebbero essere molto più tutelate anche a livello lavorativo. I congedi di maternità dovrebbero essere più lunghi e, soprattutto, non si dovrebbe assistere allo scempio della lettera di dimissioni firmata in bianco nel mezzo di un colloquio di lavoro, in caso di gravidanza.
Tutto ciò è altamente discriminatorio e non degno di un paese come l’Italia, in quanto l’Italia si definisce un paese democratico, ma, in realtà, sotto tanti aspetti non lo è. In definitiva le donne sono da rispettare da sempre e per sempre.
Insomma, basterebbe solo far girare di più le rotelle.
LA DISCRIMINAZIONE E’ IL VERO PROBLEMA MENTALE DELLA SOCIETA’1/12/21
Se ci pensiamo bene, l’uomo è l’essere vivente meno acculturato di questo pianeta perché, all’interno della sua specie, attua discriminazioni, pur promuovendo delle iniziative contro tale atteggiamento, quindi, come dire, non è molto intellettivamente a posto. Ritengo che discriminare sia il concetto che vada bene solo per la matematica, ma non per l’uomo, in quanto bisogna, al contrario, potenziare l’integrazione fra tutti, sia che si tratti di persona con colore della pelle diverso, disabili e non disabili.
Insomma, ci meriteremmo tutti di vivere con le stesse opportunità, iniziali, per lo meno, perché se ci è stata donata la vita ci meriteremmo tutti di partire con le stesse condizioni.
La discriminazione non porterà mai progresso, ma solo divisione e rancore. La cosa che mi fa rabbrividire è che, a volte, anzi, molto spesso, le amministrazioni comunali, quando attuano politiche inclusive, sembra che lo facciano per fare un favore, senza capire che lo fanno anche per loro perché la vita è ciclica e prima o poi, tutti ci ritroveremo nelle medesime condizioni ad aver bisogno di aiuto.
Quindi, per essere una società migliore, non dovrebbero esserci discriminazioni, se non dovute al merito, in quanto, chi fa, merita di progredire, chi non fa niente, sta come sta. In definitiva, per essere meno discriminatori, basterebbe solo far girare di più le rotelle.
ESSERE DISABILI VUOL DIRE OPPORTUNITA’ 2/12/21
Fin da quando sono nato io sono affetto da tetraparesi spastica e deficit visivo. Nonostante tutte queste difficoltà, insieme alla mia famiglia, non ci siamo mai arresi e ho vissuto sempre le mie difficoltà come un ostacolo da superare e non come un ostacolo per vivere. Molte volte si approccia alla disabilità come se fosse un problema e questo è totalmente sbagliato perché così si parte già svantaggiati, invece bisogna vederla sempre come opportunità.
Vi racconto un episodio. Oltre alla mia situazione consueta, un periodo, ho avuto un incidente: mi sono fratturato la rotula e, invece che disperarmi, ho capito che, anche da lì, poteva nascere un’opportunità di crescita interiore e di miglioramento anche per il futuro. Ho impiegato due anni e mezzo a guarire dall’infortunio, però ora mi sento totalmente rinato e riesco anche a fare cose che prima non riuscivo bene a fare.
Questo perché la mia prerogativa è: cogliere da ogni situazione il buono, lasciando da parte lo sconforto, perché sconforto porta altro sconforto; allegria e gioia, invece, portano altra gioia.
Insomma, anche con una gamba rotta, ci si può muovere in treno, ci si può spostare e si può riuscire a condurre una vita normale se si hanno le persone giuste affianco che ti sostengono sempre e, per questo, non finirò mai di ringraziare i miei amici, che mi hanno sempre aiutato in tutto e per tutto.
In fin dei conti non dico che rompermi il ginocchio sia stato bello, però mi ha consentito di fare esperienze e di vivere, soprattutto, in una maniera che non mi sarei mai aspettato.
In definitiva, se si affronta la vita con il sorriso ci si guadagna sempre.
OGGI, DOMANI, SEMPRE 3/12/21
Oggi è la giornata internazionale della disabilità. Molto si è fatto e molto c’è ancora da fare. Vi giuro che non capisco per quale ragione ci debbano essere differenze tra disabili e non disabili, se non quelle culturali. Quello che mi lascia perplesso è il fatto che, in Italia, non si capisce che il diverso arricchisce. Immaginate che noia sarebbe se fossimo tutti uguali. Ritengo che sia importante la diversità e bisognerebbe far comprendere che la diversità e la personalizzazione sono fondamentali per la vita di ognuno e mi fa rabbrividire il fatto che l’Italia non abbia ancora compreso questo semplice concetto.
Riflettiamoci un attimo. Quando nasciamo abbiamo dei bisogni che per tutti sono uguali cioè l’allattamento, lo svezzamento e la prima educazione. Poi, per tutti, cambia tutto l’approccio che possono avere alla vita, perché, fin dall’asilo, le situazioni cambiano, da bambino a bambino sono diverse e, quindi, non riesco a capire perché nasca a concezione che un individuo con qualche difficoltà in più debba essere trattato diversamente.
Penso che sia dovere della società educare all’integrazione per far sì che tutto e tutti siano davvero integrati e partecipino alla vita comunitaria. Ritengo, altresì, che tutto quello che verrà fatto per integrare veramente tutte le persone sia ben accetto e, attraverso questo processo, credo che possa migliorare anche la concezione che tutti abbiamo di tutti. Non credo che possa esistere una società veramente integrata se non esiste la cultura. Purtroppo in Italia ancora non si può contare su questo perché non penso che ne siamo in grado.
Ritengo, altresì, che bisognerebbe introdurre nelle scuole una materia: educazione civica, che comprenda una parte dell’integrazione ai disabili. Solo così potremmo essere un paese veramente senza barriere.
LA VISIONE DIVERSA DELLA DISABILITA’ 13/12/21
Forse qualcosa sta cambiando per quanto concerne la concezione della disabilità in Italia. Finalmente le istituzioni sembrano recepire almeno le richieste delle associazioni con disabilità che, seppur con molti contrasti al loro interno, stanno riuscendo finalmente ad avere una linea comune, ma, gran parte del merito, è dei Ministri che stanno ascoltando le varie richieste e si stanno proponendo molto recettivi.
È una delle poche volte che in Italia si assiste a questo genere di fenomeno. Spero che alle promesse facciano seguito i fatti e che si capisca che, anche nel mondo del lavoro, non è solo con l’ausilio tecnologico che si può sopperire per alcune disabilità, ma ci vogliono collaborazione tra ente proponente e dipendente per riuscire a trovare il giusto equilibrio; infatti, se per svolgere l’attività di studio vengono forniti dei tutor per alcune disabilità, non vedo perché per la stessa disabilità nel mondo del lavoro non si possano fornire lo stesso.
Forse perché costa troppo? Io credo che possa essere inserito nel progetto di vita del disabile stesso e, quindi, non pagato dal lavoratore, ma dallo stato. Sarebbe bellissimo, in alcuni casi, si instaurasse anche con i colleghi un bel rapporto, in modo tale ci sia un interscambio di mutuo aiuto e non ci sia bisogno di tanto supporto perché, in fin dei conti, nessuno di noi è autonomo, infatti non si lavora mai da soli, ma sempre in team, anche quando non lo si percepisce.
Se si capisce, infatti, che la disabilità è un aspetto che può colpire tutti, ma dipende sempre dalla concezione che si ha di quest’ultima e dal conseguente suo approccio, come affrontarla. Ritengo che non possa mai essere contemplato il fatto che il disabile costi troppo, perché è una persona come un’altra che può dare anche tanto di più.
Quindi si avrà il superamento del concetto di disabilità solo quando si capirà che siamo tutti uguali, ma tutti diversi e, quindi, tutti abbiamo, in fin dei conti, esigenze diverse, ma uguali. Basterebbe far girare di più le rotelle per capire questi concetti base.
PER UNA VITA MIGLIORE BASTANO UN PO’ PIU’ DI ROTELLE 16/12/21
La vita è il dono più prezioso che possediamo e, se ci pensiamo, è l’unica cosa che siamo sicuri di avere fino a quando avremo coscienza in questo pianeta, quindi, per sillogismo, è la cosa più preziosa. Sono estremamente convinto che il 70% delle persone non l’apprezzi fino in fondo, solo per il puro egoismo che caratterizza il genere umano.
Vi riporto solo gli ultimi due esempi che mi sono successi. Parcheggiato nell’apposito sazio riservato ai disabili al supermercato, con il tagliando esposto, una volta finita la spesa, salgo in macchina e ritrovo un bigliettino riportante il fatto che il cartellino dovesse essere esposto e, sono convinto, che la persona che l’ha scritto fosse un po’ fuori di melone perché, a non vedere un cartellino per disabili di nuova concezione, ci vuole tutta.
Ieri ero in giro con la macchina, una persona davanti a me ha frenato all’improvviso in mezzo alla rotonda, è scesa dalla macchina bloccando tutto il traffico, ha spostato il cartello “lavori in corso” ed è passata in quella strada. Ovviamente, essendo chiusa, non è potuta passare ed è dovuta tornare indietro. Questo significa che la gente, in fin dei conti, è esaurita e non riesce a capire che senza rispetto degli uni verso gli altri non si può vivere.
Sono estremamente convinto che la vita sia molto preziosa e che non bisogna perdere nessun istante di essa dietro a cose futili, cercando di non lamentarsi e di realizzare i propri sogni. Ritengo che si viva molto poco per non goderci tutti gli aspetti della vita e quello che ci può regalare, quindi penso che con il rispetto, l’educazione e la valorizzazione dell’altro, ci possiamo valorizzare anche noi stessi.
Alla fine, noi, siamo nulla senza il tutto. Purtroppo tante persone non l’hanno capito e pensano di poter fare tutto da soli. Non è possibile e, soprattutto, non è sostenibile, quindi mi auguro che si cambi la sostanza dei rapporti umani e delle cose, perché è solo così che si può tornare ad essere una società veramente libera. In fin dei conti basta solo far girare di più le rotelle
LA DISABILITA’ IN TUTTE LE SUE SFACCETTATURE 15/6/22
Chi è disabile dalla nascita ha un compito da subito molto difficile, sia il fanciullo che la sua famiglia, in quanto viviamo in una società che non è ancora pronta del tutto a fornire i giusti servizi e i giusti sostegni a chi ne avrebbe bisogno. Ho sempre in mente quando ero molto piccolo quando i miei mi hanno portato nei vari centri di riabilitazione italiani, dove, quello che si faceva come riabilitazione, era un massimale di 45 minuti 3 volte a settimana e, quando avevi la fortuna di poter fare riabilitazione tutti i giorni, quello che facevano è esattamente quello di lasciare i genitori fuori dalle varie location, dove si svolgeva la terapia e, per quanto riguarda la mia esperienza, mi facevano sedere su una sedia e, la maggior parte delle volte, mi lasciavano lì, senza quasi interagire.
Questa non è una metodologia che possa portare un miglioramento a qualsiasi tipo di patologia o di individuo. Grazie al sostegno della mia famiglia siamo riusciti a trovare, grazie a centri privati, la nostra dimensione e io sono riuscito a migliorare grazie allo sport e a metodologie diverse di riabilitazione.
Siamo, infatti, finiti anche all’estero per cercare la strada migliore. Quello che penso io è che l’avere qualsiasi tipo di disabilità non sia un limite, ma sia la società che ce lo pone. Lo sport, per me, è sempre stato l’unico sinonimo vero di unione; praticarlo è una delle cose che mi rende veramente felice.
Io credo che, come nello sport, anche nella vita normale e, soprattutto in quella lavorativa, i disabili debbano essere sempre accompagnati tramite un progetto di vita alla realizzazione dei propri desideri e sogni che sono, per fortuna, variegati e uguali a tanti altri. In questo campo non c’è distinzione tra normodotati e disabili, in quanto, tutti quanti, possiamo e dobbiamo sognare, perché il sogno è sintomo di libertà che si può esprimere mediante l’espressione dei propri talenti, che devono essere coltivati durante la vita e il percorso scolastico.
Sarebbe, infatti, una società veramente integrata solo quando tutti, disabili e non, saranno accompagnati ad un progetto di vita da uno stato veramente atto a perseguire l’integrazione di tutti verso tutti, dando la possibilità a tutti di realizzare i propri sogni, perché uno stato veramente attento alle esigenze dei cittadini è l’unico strumento per perseguire la vera integrità statale e felicità.
Per far questo, però, tutti devono lavorare e pagare le tasse, ma se ci fosse una struttura veramente valida, tutti sarebbero incentivati a pagarle, ma, se le cose rimangono esattamente come sono oggi, sono altamente dubbioso che questo possa accadere. Basterebbero solo e soltanto pochi strumenti per poter essere una società migliore, partendo dalle scuole, per poi arrivare alle università e al lavoro.
Per attuare queste politiche, bisogna partire dall’ascolto. Solo sviluppando questo particolare senso si può essere veramente collaborativi. Con la speranza che il concetto della disabilità venga equiparato a quello dell’uguaglianza, rimango fiducioso nei cervelli della nostra bella Italia.
In fin dei conti, basta solo far girare con un po’ di sapone in più le rotelle.
Combattere per superare i propri limiti è da sempre stata, una peculiarità che mio padre e mia madre mi hanno insegnato. Mettersi sempre alla prova, infatti è un modo per non adagiarsi e per cercare di essere sempre persone migliori.
Il limite molte volte è mentale imposto, magari dalla società o da nostri pregiudizi, infatti rispettando le regole, quello che si deve sempre fare è cercare di progredire sempre in quello che si fa e in quello che si vorrebbe diventare.
Il credere sempre nelle proprie aspirazioni è l’unico metodo per superare i propri limiti siano essi fisici o di altra natura.
Bisogna sempre tener conto che tutto quello che facciamo non deve in alcun modo ledere gli altri.
Il superamento del limite infatti ci consente, di conoscerci meglio, mettendoci così nella condizione di poter essere persone migliori e realizzare così sogni che fino a poco tempo prima magari erano impensabili.
Il superamento dei propri limiti, lo dico per esperienza è più soddisfacente in periodi di difficoltà, dimostrando così che tutto è possibile basta solo far girare le rotelle al meglio per essere persone migliori.
CON LA SPERANZA DI FAR FUNZIONARE BENE LE ROTELLE